Capitolo 10
Di fronte al tanto materiale che riguarda le clarisse e l’Osservanza nel’400, devo circoscrivere la trattazione per esigenze di chiarezza, evitando una relazione espositiva (che sarebbe impossibile) e proponendo una chiave di lettura critica, nella consapevolezza della vastità della bibliografia prodotta negli ultimi anni, che risulta difficile non tanto conoscere, quanto dominare.
Per prima cosa, restando strettamente aderente all’ambito dell’Osservanza minoritica, terrò fuori dalla mia analisi la riforma di Colette di Corbie, che preferì l’obbedienza al ministro conventuale piuttosto che ai vicari dell’Osservanza e che rifiutò il tentativo di san Giovanni da Capestrano299 di riunire sotto l’Osservanza tutti i monasteri riformati quando lo incontrò nel 1435, con “atteggiamento inflessibile”, volendo “continuare a dipendere dal ministro generale”, come scrive Lázaro Iriarte300.
La memoria di Chiara viene recuperata in vari modi: nei suoi scritti, ad es. il Testamento, che sappiamo ormai essere della seconda metà del Duecento301, e la Benedizione; nella sua santità canonizzata; anche nel suo ruolo di protezione contro la peste, almeno nell’Umbria302; ma soprattutto nel suo ruolo di fondatrice e di legislatrice di quello che è ormai il secondo ordine francescano. Soprattutto, quindi, nella proposizione della regola scritta da lei ed approvata da Innocenzo IV nel 1253, quella che, confrontata soltanto con la regola di Urbano IV successiva di dieci anni, spesso nella dimenticanza di tutto il periodo damianita, viene chiamata Prima Regola303.
La riscoperta della memoria di Chiara avviene attraverso due canali: da parte delle donne (monache e no) e da parte dei frati (essenzialmente quelli dell’Osservanza). Per quanto riguarda le religiose, distinguerei ancora una riscoperta dal basso (autonoma) ed una dall’alto (proposta dai frati)304.
Chiara è indubbiamente presente nella predicazione dei frati dell’Osservanza non rivolta alle clarisse. Ella rientra in quella “regolata devozione”305 che fa preferire loro ai nuovi culti popolari quelli dei santi classici della tradizione cristiana con l’aggiunta di quelli francescani più noti (Bartolomei, 2002, p. 134) (la cui canonizzazione risale comunque a circa due secoli prima, da Francesco nel 1228 a Chiara nel 1253, passando per Antonio). Bernardino da Siena nelle prediche al Campo di Siena del 1427306 cita tre volte Chiara in tre prediche distinte su un totale di 45. Potrebbe sembrare poco, ma siamo poco sotto Giacomo apostolo e Ambrogio (citati in 6 prediche ciascuno), Antonio da Padova (cinque volte in 4 prediche) e san Domenico (sette volte, ma sempre in 3 prediche), allo stesso livello di san Giuseppe, san Giovanni Battista, san Lorenzo e san Luigi IX (citati appunto in 3 prediche), al di sopra di san Michele arcangelo e san Giovanni Crisostomo (in 2 prediche) e dei santi Filippo apostolo, Antonio eremita, Benedetto, Elisabetta di Ungheria e Ludovico d’Angiò (tutti 1 volta). Certo, ci sono santi molto più ricorrenti in queste prediche, ma si tratta di Francesco (in 15 prediche, spesso più volte per predica), Pietro (14 prediche, in alcune più volte), Maria Maddalena (in 9 prediche, per un totale di 11 volte) o di santi citati prevalentemente per la loro attività di autori, da Agostino (26 prediche, in alcune più volte) a Bernardo (in 16 per un totale di 19 volte) e Gregorio Magno (in 15), con Bonaventura citato in quattro prediche e Tommaso d’Aquino citato tre volte in sole 2 prediche.
Ma da queste scarse citazioni può emergere un’immagine di Chiara? Dovrei dire di no, ma provo lo stesso a tracciarla: nella predica XIX, Come il marito die amare la donna, così la donna il suo marito, si parla di due monasteri dell’Osservanza in Milano, nei quali vi sono quaranta donne “sotto l’ordine che diè santo Francesco a santa Chiara”307; nella XXVI, Come e che si de’ domandare a Dio, spiegando che si prega meglio all’aurora o al primo mattino, Bernardino dice: “noi aviamo di santa Chiara, che in quella ora ella trovava più grazia da Dio, che in altro tempo ch’ella orasse”308; infine nella XXXII, Come santo Giovanni vidde un altro angelo venire il quale fu santo Francesco, il predicatore invita i cittadini senesi a santificarsi “sotto l’Ordine di santo Francesco”, nel quale sono entrate tante “valenti persone”, portando l’esempio di monasteri in Verona, Crema e Bergamo; in quest’ultima città “credo vi sieno da vinti santissime donne: e credo che di quelle vi so’ che hanno più grazia in questa vita, che non ebbe mai santa Chiara; che almeno ve ne so’ da dodici che so’ come angioli”309. Chiara è dunque colei che ha ricevuto l’ordine da san Francesco, che pregava con maggior profitto al mattino e che può essere superata in grazia, almeno in questa vita, dalle sue figlie spirituali clarisse. Andrà fatto un più attento esame della presenza di Chiara nelle prediche di Bernardino, tenendo conto di tutto il vasto corpus, anche latino, e delle indicazioni provenienti da altri studi. Considerando i cinque volumi di Tutte le prediche volgari di S. Bernardino310, privi purtroppo di indici analitici, delle 58 prediche del Quaresimale fiorentino del 1424 (volumi I e II) e delle 64 del Quaresimale (senese) del 1425 (volumi III-V) nessuna è dedicata a santa Chiara. È pur vero che soltanto una è dedicata ad un santo, la LIV del quaresimale del 1425 su Maria Maddalena311.
Interessante anche la percentuale indicata da Alessandra Bartolomei Romagnoli per i sermoni de sanctis di san Giovanni da Capestrano nel biennio tedesco (luglio 1451-marzo 1453), nei quali Chiara supera lo stesso Francesco: a parte Maria, cui sono dedicati 17 sermoni, abbiamo in ordine decrescente san Bernardino appena canonizzato, san Pietro e santa Maria Maddalena (3 ciascuno), poi insieme con 2 sermoni ciascuno san Giovanni Battista, santa Chiara e san Ludovico d’Angiò. San Francesco e san Domenico chiudono ciascuno con un solo sermone (Bartolomei, 2002, pp. 134-135). Si può notare subito la coincidenza quantitativa con la lista dei santi indicata per san Bernardino (anche se qui si tratta di intere prediche, mentre nel caso precedente solo di citazioni): con la differenza di Francesco, qui presente solo una volta e invece molto presente in Bernardino, troviamo sopra Chiara Pietro e la Maddalena, poi insieme alla santa il Battista con Ludovico d’Angiò, che in Bernardino era poco sotto.
Un terzo ed ultimo spunto non può non venire da Mariano da Firenze (ca 1477-1523), con il quale passiamo la soglia del XVI secolo. Egli dedica un ampio volume a tutto l’ordine delle clarisse, il Libro delle degnità et excellentie del ordine della seraphica madre delle povere donne sancta Chiara da Asisi312, scritto prima del 1520. Questa è certo l’opera matura di recupero e sistemazione della memoria di Chiara, anche se la santa non vi occupa quantitativamente uno spazio eccessivamente privilegiato. Il Primo tractato presenta una storia del secondo Ordine a partire da san Francesco, che ne viene indicato come il fondatore e che avrebbe dettato ad Ugolino la regola del primitivo ordine di San Damiano313, alla sua diffusione in Europa fino all’Osservanza ed al recupero della regola di Chiara, con l’indicazione dei privilegi e delle indulgenze concesse dai pontefici. Lo spazio dalle origini fino alla morte di Chiara occupa nell’ed. Boccali le pp. 39-72 (cioè 34 pp.), quello successivo altrettanto (pp. 73-107, cioè 35 pp.). Ma è nel Secondo tractato, una galleria di ritratti di monache dalla stessa Chiara alla beata Seraphina romana del monastero di San Cosimato in Trastevere, morta nel 1507, che lo spazio di Chiara si riduce: 36 pp. rispetto alle 223 dedicate alle altre monache, a partire dalla sua sorella Agnese.
La vita di Chiara non è presentata nei particolari, nel secondo trattato Mariano si sofferma per lo più sulle sue 15 conformità con Cristo e sulle 7 con la vergine Maria. Chiara è una monaca discepola di Francesco, che vive nella pratica delle virtù, soprattutto la povertà, ed in clausura. Certo Mariano non avrebbe potuto trovare molto di più nelle sue fonti agiografiche, ma dalla sua impostazione non potremmo aspettarci di trovare quell’episodio molto bello (anche se improbabile) narrato dagli Actus (e dai Fioretti) in cui Chiara per incontrare Francesco esce da San Damiano, va alla Porziuncola e lì si nutre del cibo spirituale del suo colloquio con il santo, tanto elevato che la gente da lontano crede di vedere un fuoco alla Porziuncola e corre per spegnere l’incendio314. Le lodi di Mariano vanno globalmente al secondo Ordine; è indicativo il prologo del Secondo tractato:
Quante sieno quelle che in questo ordine seraphico habbiano in purità, in povertà et in ogni perfectione servito allo sponso celeste et sommo imperadore Christo Jesu narrare è a me impossibile… Veramente considerato el numero grande delle sore che doppo sancta Chiara hanno sequitato per la evangelica vita Christo Jesu, possiamo dire di sancta Chiara et delle sua sancte sore el decto del psalmista nel psalmo 44, cioè Adducentur regi virgines post eam, proxime eius offerentur tibi. (Mariano da Firenze, 2019, p. 109)
E in conclusione Mariano afferma che quanto da lui scritto, anche se poco, è… abastanza…, per havere qualche cognitione del principio et progresso del decto ordine et della sanctità delle sore. (Mariano da Firenze, 2019, p. 358)
Paradossalmente la grande opera di fra Mariano ci consegna un’immagine di Chiara pressoché simile a quella che si delinea dalle poche righe individuate in alcune prediche di san Bernardino: è la prima monaca dell’ordine fondato da san Francesco, ricca di virtù spirituali (Bernardino sottolinea la sua preghiera alle prime ore del mattino), con tante seguaci che ne hanno eguagliato la perfezione (Bernardino era arrivato a dire che alcune la avevano superata).
Come detto sopra, distinguo tra le monache dell’Ordo sanctae Clarae e le comunità meno strutturate, fossero o meno di terziarie.
a) La riscoperta della memoria dal basso
Fin dall’inizio del ’400 assistiamo ad una riforma dei monasteri di clarisse che si diffonde per l’Europa, dove erano presenti circa 400 monasteri con oltre 15.000 monache315 che seguivano in maggioranza schiacciante la regola di Urbano IV. I fatti sono noti e ne ricorderò solo alcuni in ambito italiano. Nel 1400 entra nel monastero urbaniano di S. Orsola a Milano Felice (o Felicia) Meda (m. 1444), che decide di seguire personalmente la regola di Chiara; nel 1425 Felice sarà badessa e tutto il monastero passerà alla Prima Regola. Nel 1420 da S. Orsola partono quattro monache per fondare (come comunità del secondo ordine) il monastero del Corpus Christi di Mantova, voluto dalla marchesa Paola Malatesta. In Mantova esistono già due monasteri di clarisse urbaniane, ma su consiglio di san Bernardino la marchesa ne fonda un terzo trasformando una preesistente comunità di donne penitenti; benché le monache milanesi di S. Orsola siano ancora urbaniane, il nuovo monastero adotta la regola di santa Chiara (che, come abbiamo visto, cinque anni dopo sarà adottata anche da S. Orsola). Il Corpus Christi di Mantova diviene centro di irradiazione della riforma dei monasteri di clarisse in varie regioni d’Italia, legandoli al movimento dei frati dell’Osservanza.
Ad indicare che la scelta della regola di Chiara derivasse direttamente dalle monache del secondo ordine può essere significativa la storia del monastero di Santa Lucia di Foligno316. Fondato nel 1424 da monache agostiniane provenienti da Sulmona, con l’appoggio del vescovo e del signore Corrado Trinci, quando chiese l’appoggio degli Osservanti dovette professare la regola di Urbano IV. Solo sotto la badessa Cecilia Coppoli (1449-1489)317 e con richiesta fatta direttamente al papa Sisto IV le monache nel 1476 poterono professare ufficialmente la Prima Regola, dopo aver fatto singolarmente negli anni precedenti voto di povertà comunitaria. Proprio da Santa Lucia nel 1448 ventidue monache erano andate a riformare il monastero di Monteluce di Perugia. S. Lucia di Foligno riforma altri 6 monasteri in Italia centrale e meridionale e Monteluce318, tra la seconda metà del secolo XV e l’inizio del XVI, ne riforma 9, introducendovi la prima regola (tra di essi, ad es., S. Cosimato a Roma nel 1451, S. Chiara Novella a Firenze nel 1453, S. Chiara a Urbino nel 1455).
Questo monastero è noto per il suo scriptorium nel quale si riprodussero la regola di Chiara ed i suoi scritti319, che anche in traduzione volgare circolarono per vari monasteri della riforma. Uno di questi è il monastero di Montevergine di Messina, la cui badessa Eustochia Calafato (m. 1491)320, che vi si era trasferita con la comunità da un precedente luogo nel 1464, ricevette non si sa come (donato da Monteluce?) il più antico codice con gli scritti di Chiara (tra cui il Testamento), risalente alla seconda metà del secolo XIII e che Attilio Bartoli Langeli suppone di mano di frate Leone321. Tra questi monasteri si realizza la vera ripresa della memoria di Chiara, legata non soltanto alla regola, ma a testi importanti come il suo testamento e la benedizione. Che essi siano autentici o no, si tratta di scritti risalenti alla seconda metà del ’200 ed in ogni caso ritenuti nel ’400 opera della santa322.
Questa ricerca e questo scambio di testi, la formazione di importanti scriptoria in monasteri femminili, il buon livello culturale raggiunto da varie clarisse – in base all’educazione impartita anche alle donne nelle famiglie aristocratiche da cui provenivano -, la presenza di biblioteche monastiche esclusivamente in monasteri femminili di clarisse, come sottolinea Zarri323, indicano una cosciente ripresa della regola di Chiara che diventa elemento di identificazione e di riscoperta delle proprie origini spirituali, con l’importanza della povertà. Elemento di libertà – mi si perdoni l’enfasi della parola -, anche rispetto alla clausura, che resta presente ma nella forma meno asfissiante con cui è indicata nella Prima Regola. Questo movimento mi sembra che fu per lo più spontaneo, anche se in collegamento con l’Osservanza, i cui frati peraltro, seguendo percorsi già battuti nel sec. XIII, negli anni centrali del sec. XV cercheranno di scrollarsi di dosso la cura di queste monache che invece, come Chiara, si ritenevano parte integrante della tradizione francescana.
Sempre in Italia centrale, basti ricordare infine i monasteri di Camerino e di Fano fondati dalla beata Camilla Battista da Varano324, monaca colta ben collocabile nell’umanesimo italiano. Possiamo riassumere con le parole di Marco Bartoli: “… nel XV secolo, quando in diverse parti d’Europa si sentì il bisogno di procedere a una riforma di monasteri delle clarisse, … tutte le protagoniste di questi movimenti di riforma scelsero autonomamente di ritornare al testo della regola di santa Chiara” (Bartoli, 2003, pp. 48-49), almeno quando poterono farlo.
b) Il ritorno della Regola di Chiara dall’alto
Dunque l’atteggiamento degli Osservanti verso i monasteri del secondo ordine, che saranno raggruppati sotto il loro controllo, mi sembra non univoco. Laddove c’è una professione urbanista non sempre è favorito da essi il passaggio alla Prima Regola, a meno che non ci sia una forte volontà delle stesse monache. La cosa cambia se consideriamo le comunità femminili informali o appartenenti al terzo ordine. Abbiamo visto che anche il Corpus Christi di Mantova nasce per impulso di san Bernardino, ma il desiderio di far seguire la regola di Chiara viene direttamente dalla marchesa Paola Malatesta, sotto la cui protezione il monastero viene fondato. A questo punto Bernardino non propone di far professare la regola di Chiara ad uno dei due monasteri di clarisse già esistenti in Mantova, ma ad una comunità di penitenti vicine ai francescani che probabilmente non seguiva alcuna regola particolare, nemmeno quella del terzo ordine. È noto il grande sviluppo che nel ’400 le clarisse prendono proprio con la trasformazione di comunità in precedenza non monastiche.
Come per la Francia, anche per l’Italia l’osservanza clariana non scaturì dal ceppo delle damianite: ancorché le clarisse italiane si siano dette dell’osservanza, ma ciò perché volute dall’osservanza francescana delle ‘Quattro Colonne’”; così Mario Sensi, che continua affermando che di fronte alla crisi dei monasteri denunciata ad es. da Bernardino a Perugia nel 1425 erano necessari, secondo il santo, “l’osservanza della ‘Periculoso’ nei monasteri chiusi (urbaniani), e l’introduzione della clausura nei monasteri aperti, quali appunto quelli delle bizzoche degli osservanti, le cui terziarie non erano tenute alla legge della clausura”. (Sensi, 1994, p. 231)
Se il passo non è troppo lungo, possiamo ipotizzare che la regola di Chiara divenga lo strumento con il quale monacalizzare, con la clausura, una serie di comunità che vivevano un’esperienza religiosa più aperta e che non sempre volevano abbandonarla, o monasteri di nuova formazione. La memoria della santa serve quindi in questo caso ad un processo di normalizzazione che, pur nelle differenze dei periodi storici, si nutre degli stessi modelli religiosi di lunga durata che i legislatori ecclesiastici avevano proposto o imposto al movimento francescano femminile nel XIII secolo325.
In questa azione si distinse particolarmente san Giovanni da Capestrano, su iniziativa del quale “soprattutto… nacque il secondo ordine degli Osservanti, le clarisse de observantia” (Sensi, 1994, p. 432). Fu lui, ad es., a dare l’impulso alle terziarie dell’Aquila a passare prima del 1472 alla regola di Chiara, con la badessa beata Antonia da Firenze (m. 1472)326. Ed è sempre il capestranese ad interpretare in maniera rigida la regola di Chiara nella Declaratio primae regulae S. Clarae del 1445327, in cui evidenzia 118 precetti. Tale Declaratio era stata richiesta dalla badessa del Corpus Christi di Mantova, ma le stesse monache non ne furono soddisfatte, sicché l’anno dopo una nuova esposizione fu fatta da Niccolò da Osimo (1446), finché Eugenio IV nel 1447 non dichiarò che soltanto i quattro punti fondamentali della regola di Chiara obbligano sotto pena di peccato mortale: povertà, obbedienza, castità, clausura.
Per chiudere il cerchio di quanto sto dicendo, credo che due esempi siano emblematici. Il primo è quello delle terziarie di Angelina da Montegiove o da Marsciano: ripercorro brevemente i fatti. Nel 1397 Angelina entra nel monastero di S. Anna a Foligno (fondato nel 1388 da Paoluccio Trinci328), che molti considerano come l’inizio delle terziarie regolari. Da questo ne derivarono 16, tutti collegati tra di loro in una struttura centralizzata. Tale organizzazione ricevette l’approvazione di Bonifacio IX (1389-1404) nel 1403 e soprattutto di Martino V (1417-1431) nel 1428. Ogni monastero eleggeva la propria ministra, che poteva ricevere le novizie; le ministre, che si riunivano in capitolo generale ogni tre anni, eleggevano quella generale, che visitava le singole case. Angelina ottenne dai predetti pontefici costituzioni e privilegi in base ai quali l’ordine si governava e verso il 1430 fu eletta ministra generale. In questa iniziativa dal basso, dunque, non trova alcuno spazio la regola di Chiara, né tantomeno la clausura.
Di fronte all’opposizione del ministro generale francescano Guglielmo da Casale, Angelina si sottomise il 5 novembre 1430, ma il 25 dello stesso mese la comunità di S. Anna dichiarò nulla l’obbedienza fatta senza l’approvazione del capitolo. Tale resistenza ottiene l’approvazione di Martino V nel gennaio 1431: la congregazione mantiene i suoi privilegi e passa sotto giurisdizione vescovile, con la direzione dei frati del Terz’ordine regolare. Ma a metà degli anni ’40 anche la congregazione di Angelina (m. attorno al 1439329) passa sotto la dipendenza degli Osservanti, i quali iniziarono il processo di “normalizzazione” accanendosi soprattutto contro la libertà di movimento delle donne, fino ad ottenere da Pio II nel 1461 l’abrogazione dei privilegi, con la soppressione della ministra generale ed in pratica dell’autonomia della congregazione. Le comunità che accettarono la clausura restarono sotto il controllo degli Osservanti, ma altre lo rifiutarono e passarono sotto la direzione dei francescani amadeiti. La vicenda si concluderà nel 1521, quando Leone X promulgherà la regola del Terz’ordine regolare, con la quale “i monasteri che facevano riferimento alla beata Angelina entrarono nell’ordinamento generale delle terziarie regolari, con voti solenni; ma riuscirono a mantenere la propria fisionomia e una certa intercomunicazione tra di loro”330.
L’altro caso emblematico è quello del Corpus Domini di Ferrara. La comunità era stata fondata, col titolo di Corpus Domini e Visitazione di Maria, nel 1406 da Bernardina Sedazzari. Erano donne che si ispiravano alla regola agostiniana, ma senza voti. La fondatrice muore nel 1425, lasciando per testamento come sua continuatrice Lucia Mascheroni. Già in questo momento la comunità si spacca: Ailisia de Baldo, con alcune altre, esce e fonda un monastero vero e proprio con regola agostiniana (Samaritani, 1973, pp. 91-156). Lucia ed altre restano fedeli all’impostazione della fondatrice, mantenendo quell’aspirazione ad una vita religiosa senza regole rigide che vediamo presente a lungo nella storia del cristianesimo. L’anno dopo, 1426, entra nella comunità Caterina Vigri. Nel 1431 vi arrivano dal Corpus Christi di Mantova Taddea dei Pio ed una nipote, per introdurvi la regola di santa Chiara. Anche in questo caso, come a Mantova nel 1420 (e in altri casi) la regola viene applicata ad una comunità informale rendendola “formale”, monastica. E se alcune monache, tra cui la Vigri, che già frequentava la chiesa degli Osservanti, accettano il cambiamento dovendo anche superare una sorta di prova di passaggio331, altre consorelle lasciano la comunità; tra queste anche Lucia Mascheroni, che si sentiva vincolata alla promessa fatta a Bernardina Sedazzari. Quando rientrò, Lucia non prese l’abito di santa Chiara e solo nel 1452 venne sciolta dalla promessa da Niccolò V. Come si vede, anche in un contesto importante per la successiva diffusione della Prima Regola quale il Corpus Domini ferrarese, dal quale nel 1456 Caterina Vigri andrà a fondare il Corpus Christi di Bologna, si assiste all’imposizione della regola di Chiara quale strumento normalizzatore della vita religiosa femminile. Insomma, possiamo estendere quanto affermato da Giovanna Casagrande: “Le comunità di terziarie non avevano l’obbligo della clausura e si difesero talvolta accanitamente quando la si voleva loro imporre” (Casagrande, 1982, p. 476).
In sintesi, forse con eccessiva mancanza di chiaroscuro: il recupero della memoria di Chiara nell’Osservanza si presenta dunque ambiguo da parte dei frati, ambivalente da parte delle donne religiose332.
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299Angiolini, voce Giovanni da Capestrano (…), santo, 2000, pp. 744-759 (ma non c’è molto sui suoi rapporti con le clarisse). Al santo sono dedicati da qualche anno convegni che si svolgono annualmente a Capestrano, a cura di Edith Pásztor, tra cui più utile al nostro tema è Ideali di perfezione ed esperienze di riforma nell’opera di Giovanni da Capestrano, 2002. Ma si veda anche S. Giovanni da Capestrano: un bilancio storiografico, 1999. Per altro la bibliografia su Giovanni da Capestrano (scientifica e divulgativo-spirituale) è vastissima.
300Iriarte, 1994 p. 504. Su s. Colette v. López, 1994; de Vaux, 1994; López, 1995, pp. 193-217; Colette di Corbie, a cura di Soeur Marie Colette, 1999, pp. 683-738. Sono stato confortato in questa mia decisione dalla lettura della tesi di laurea di (suor Chiara) Lainati, discussa con Ezio Franceschini nel 1961. Due copie di questa tesi di laurea sono state realizzate da p. Messa e depositate presso le biblioteche del Sacro Convento di Assisi e dell’Antonianum di Roma. Qui il giudizio espresso è perentorio: “Si suole mettere in luce, come figura di primo piano nel movimento di riforma, S. Coletta. Ma il movimento di cui ella fu promotrice non rientra nell’Osservanza”; seguono giudizi limitativi anche sul valore della povertà per Colette e sulla regola da lei adottata, che modifica quella di Chiara.
301Non è qui il caso di ricostruire il vivace dibattito degli ultimi anni sull’autenticità e la datazione del Testamento di Chiara, ricordo solo che ha ripreso avvio dallo studio di Maleczek, 1995, pp. 5-82, traduzione italiana ampliata, 1996; e che ha trovato infine un punto fermo con Bartoli, per quanto riguarda la data di composizione del più antico manoscritto che lo contiene (seconda metà del Duecento) e la precisa individuazione del suo amanuense in frate Leone, 1997, pp. 303-304); resta aperta la questione dell’autenticità, ma ovviamente in termini molto diversi da quelli impostati dal Maleczek. Degli scritti di Chiara vi sono varie edizioni, anche recenti; si possono consultare in Fontes Franciscani, a cura di Menestò e Brufani, 1995, pp. 2261-2323, insieme alla sua bolla di canonizzazione (pp. 2331-2337), alla Legenda versificata sanctae Clarae Assisiensis (pp. 2347-2400), alla Legenda sanctae Clarae Assisiensis (tradizionalmente nota col titolo di Legenda sanctae Clarae virginis, pp. 2415-2450) ed al processo di canonizzazione (pp. 2453-2508).
302Sensi, 1994, pp. 215-239.
303Anche su Chiara e sul sec. XIII non è il caso di dare indicazioni bibliografiche, che sarebbero vastissime ed esulerebbero dal tema della mia relazione. Rinvio soltanto a due recenti testi, ove si troverà ampia bibliografia: Alberzoni, 2001.
304Non posso dare una bibliografia ampia sull’Osservanza, sia in generale, sia negli aspetti particolari dei personaggi o, in ambito femminile, dei vari monasteri riformati. Mi limito quindi, qui e nelle note successive, a qualche indicazione non sistematica, evitando per lo più di rinviare agli studi meno recenti, segnalati nelle bibliografie dei lavori della seconda metà del secolo XX, Schmitt, 1980, coll. 1022-1035; Omaechevarria, 1975, coll. 1116-1131; Omaechevarria, 1972; 1985; Sensi, 1992 (ove si tratta anche de Le clarisse degli Osservanti); Guida, 1992, 101-146; Pellegrini e Paciocco, 2000, pp. 54-65. Solo marginalmente tocca i nostri temi Zarri, 1986, pp. 356-429.
305Prendo il richiamo a questa definizione da Bartolomei Romagnoli, 2002, p. 133 (tutto pp. 127-153); ma su questa stessa linea cfr. l’ormai classico Miccoli, 1974, pp. 875-975.
306Bargellini, 1989.
307Bargellini, 1989, I, p. 564.
308Bargellini, 1989, II, p. 756.
309Bargellini, 1989, II, pp. 931-932.
310Cannrozzi, 1940, II; III-V.
311Cannarozzi, III-V, 1940, pp. 179-198. Ho controllato pochissime prediche (solo 4) in base al loro titolo, ma in nessuna di esse compare un riferimento a santa Chiara (XXXVIII del vol. II, pp. 156-172, Dei miracoli di Dio e di quelli del mondo; XVIII del vol. III, pp. 321-342, sul digiuno; la già citata LIV del vol. V sulla Maddalena; la LVI del vol. V, pp. 220-235, Come debba vivere la donna in questo mondo e massimamente le vergini, titolo erroneamente attribuito nell’indice del vol. IV alla predica XXXIII, pp. 220-237, che invece è Di non vedere il termine della mala vita). Non compare mai Chiara nella relazione di Miccoli, Bernardino predicatore: problemi e ipotesi per un’interpretazione complessiva, in Bernardino predicatore nella società del suo tempo, 1976, pp. 11-37. Si veda anche Benvenuti Papi, Il secolo e il chiostro, 1990, pp 247-259.
312Ed. Boccali, 1986. Nell’introduzione vi sono ampie notizie biografiche su fra Mariano. Cfr. anche Zavalloni, 1999, pp. 853-858.
313Mariano da Firenze, 2019, pp. 58-59.
314Cambell, Bigaroni e Boccali, 1988, XV, pp. 222-228; per i Fioretti si veda il testo a fronte, cap XV, pp. 223-229.
315Sensi, 1994, p. 231, ne indica con precisione 404. Cfr. anche Bartoli, 2003, p. 83. Entrambi prendono i dati da Ghinato, 1954, pp. 317, 325..
316Sensi, 1985, pp. 263ss.; Scandella, 1987. Inoltre: Lainati, 1965, pp. 182-191; Canonici, 1973; 1974.
317Casolini, 1964, coll. 166-167; Lainati, 1964, pp. 68-70.
318Boccali, 1983..
319Ugolino Nicolini, I Minori Osservanti di Monteripido e lo “scriptorium” delle Clarisse di Monteluce in Perugia nei secc. XV e XVI, in Picenum seraphicum 8 (1971) 100-130 (anche in Idem, Scritti di storia, a cura di Bartoli, Casagrande, Ottaviani, 1993, pp. 389-416).
320Terrizzi, 1982; Pispisa, 1973, pp. 402-403; Morabito, 1963, coll. 660-662.
321Bartoli, 2000; vi si troverà la bibliografia precedente (già Lazzeri nel 1954 aveva supposto che il codice fosse di mano di frate Leone).
322In ogni caso si tratta di testi molto vicini a Chiara o a quanto ella aveva espresso e vissuto, come ormai sappiamo dopo gli studi citati di Attilio Bartoli Langeli, che si basa proprio sul codice di Messina della Calafato.
323“A chi esamini la vita religiosa femminile tra Quattro e Cinquecento non può sfuggire il fatto che le monache francescane si impongano per devozione e cultura. Significativamente è il ramo femminile che fornisce all’ordine quella letteratura devota in volgare che il ramo maschile produce in quantità e qualità irrilevante. … non è casuale che le scarse testimonianze finora pervenuteci di biblioteche monastiche femminili del Quattrocento appartengano esclusivamente a luoghi francescani: dalla biblioteca di Monteluce a quella del Corpus Domini di Bologna…”, Zarri, 1984, 1986, pp. 165-166 (tutto 125-168). Per il Corpus Domini di Bologna v. infra, per la sua biblioteca Spanò, 1986.
324Silvana di Mattia Spirito, 1988, pp. 295-314; Blasucci, 1969, coll. 950-953. Cfr. anche Gattucci, 2000, pp. 79-80.
325“… lo stile di vita di Domenicane e Clarisse – con la parziale eccezione delle Damianite – non si discosterà molto da quello delle benedettine che le hanno precedute in conseguenza dell’impossibilità, per le donne, di realizzare le principali novità mendicanti: rinuncia ad ogni forma di possesso terriero, sostituito da mendicità e rendite legate al ministero pastorale, ed itineranza apostolica”, Barone, a cura di Zarri, 1977, p. 10 (tutto pp. 1-15); Cfr. anche Sainte Claire d’Assise et sa posterité, 1995, passim; Rusconi, 1995, pp. 53-75.
326Morelli, 1971; Omaechevarria, 1972, pp. 164-169.
327Ne attenua la rigidezza Borzumato, 2001, pp.155-161.
328Paoluccio risulta il fondatore in base ai documenti trovati da Sensi, 1982, pp. 492 e 503-505; cfr. Casagrande, 1983, p. 229.
329Secondo Ada Alessandrini, voce Angelina da Montegiove (A. da Marsciano, A. da Corbara), beata, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961; tutti gli altri autori riportano la data tradizionale del 1235.
330Iriarte, 1999, p. 744 (tutto 741-745). Oltre alla voce (molto stringata) di Cerafogli, Angelina dei Conti di Marsciano, beata, in Bibliotheca sanctorum I, 1961, coll. 1231-1232, si veda d’Alatri, 1977, coll. 269-270 e, dello stesso, la breve voce Angelina da Marsciano, beata, ibidem 1, 1974, col. 638; Pazzelli e Sensi, 1984; Menestò, 1996; Filannino e Mattioli, 1996.
331Cfr. Bartoli, 2003, p. 54. Sulla Vigri si consulti la bibliografia ibidem, pp. 191-196, cui va aggiunta la menzione del convegno Caterina Vigri, la santa e la città, svoltosi a Bologna dal 13 al 15 novembre 2002.
332Indico alcuni altri studi non utilizzati in questa mia relazione: innanzitutto ibidem vi sono studi di Samaritani (300-358, Ferrara), Benvenuti Papi (389-449), Temperini (603-653, Roma); Mistiche e devote nell’Italia tardomedievale, a cura di Bornstein e Rusconi, 1992; Sensi, 1994, pp. 195-272; Pedani, 1995, pp. 113-125.