Capitolo 9
È noto da molti anni che il movimento femminile relazionato a vario titolo alla realtà minoritica è estremamente diversificato, almeno fino alla nascita dell’Ordo sanctae Clarae nel 1263, con la diffusione della nuova regola per le Clarisse emanata da Urbano IV: vi è una realtà estremamente limitata numericamente, ma molto significativa per i suoi valori ed i suoi punti di riferimento, legata alla figura di Francesco, che vede nel secondo decennio del Duecento il monastero di San Damiano di Assisi con Chiara e pochi altri monasteri probabilmente collegati ad esso, ma sui quali le notizie scarseggiano. Vi è una più ampia realtà monastica claustrale, nata dall’attività del cardinale Ugolino di Ostia attorno al 1220, che non ha riferimento ideale e pratico con l’ordine minoritico e segue la regola benedettina accompagnata dalle Costituzioni ugoliniane283. A quest’ordine inizialmente denominato delle Pauperes dominae de valle spoletana sive Tuscia Ugolino, divenuto Gregorio IX nel 1227, un anno dopo la morte di Francesco, volle che si aggregassero il monastero di San Damiano e gli altri di eventuale ispirazione francescana, dando all’ordine il nuovo nome di Ordo Sancti Damiani ed un nuovo santo di riferimento, Francesco, canonizzato nel 1228. In quest’anno i monasteri ugoliniano-damianiti in Italia centro-settentrionale erano ventiquattro284.
Ma nulla cambiò normativamente, la regola e le costituzioni restarono quelle volute da Ugolino, solo San Damiano conservò alcune sue consuetudini risalenti a Francesco ed ottenne il privilegio di povertà, ma dovette muoversi all’interno della normativa generale, ad es. per quanto riguarda la clausura ed il digiuno, come si vede dalla corrispondenza tra Chiara, Agnese di Boemia e Gregorio IX negli anni Trenta285. Vi è poi la realtà delle minoretae, che rifiutavano la clausura richiamando nello stesso nome l’esperienza religiosa maschile francescana; queste subirono una serie di condanne da Gregorio IX e dai suoi successori attorno alla metà del sec. XIII286.
L’insoddisfazione delle monache di tendenza francescana verso questa realtà normativa portò alla formulazione ed approvazione di altre regole: quella di Innocenzo IV nel 1247, quella di Chiara nel 1253 e quella per Isabella di Francia nel 1259. La prima fu rifiutata da quasi tutti i monasteri damianiti, la seconda fu approvata per il solo San Damiano e concessa a pochi altri che la richiesero, tra cui probabilmente San Francesco di Praga di Agnese di Boemia287. La terza fu concessa al monastero parigino di Longchamp alle Umili serve della gloriosa beata vergine Maria288.
Nel 1263, come ho ricordato, Urbano IV emanò una nuova regola per un ordine formalmente nella scia di Chiara, tanto che prese il suo nome; ma la povertà non costituiva una sua realtà, non erano fissati particolari limiti ai possessi, la clausura era la sua caratteristica principale289. Questo provvedimento però non portò ad un’uniformità normativa. La regola di Chiara restava in vigore e – anche se presto abbandonata dalle monache di San Damiano che si trasferirono ad Assisi circa trent’anni dopo la morte della santa290, in quello che è detto il Protomonastero – poté essere ampiamente adottata un secolo e mezzo dopo dalle monache legate all’Osservanza francescana291. Restò in vigore anche la regola di Isabella, non soltanto per Longchamp, tanto che fu adottata alla fine del secolo XIII dal monastero romano di San Silvestro in Capite, legato ai Colonna292.
Questo il quadro della situazione noto già da tempo e solo perfezionato dagli ultimi studi e pubblicazioni. In particolare in anni non lontani Giovanna Casagrande e Felice Accrocca, riprendendo alcuni accenni in studi precedenti, avevano sottolineato il fatto che nemmeno la regola di Urbano IV aveva causato la scomparsa di quelle già approvate, in particolare essi si riferivano alla persistenza della regola ugoliniana293. Accrocca riferiva di una vera e propria resistenza organizzata che il papa Clemente IV negli anni 1265-1266 avrebbe voluto stroncare per ricondurre tutti i monasteri damianiti alla regola urbaniana e che si ripresentò nel 1297, quando il cardinale protettore Matteo Rosso Orsini scrisse al ministro generale dei Minori ed a quelli provinciali a proposito dei monasteri “que fuerint Ordinis Sancti Damiani eo tempore quo dominus Urbanus edidit regulam supradicta, nec ipsam regulam postmodum susceperunt”; i ministri erano invitati a recarsi presso quei singoli monasteri con uno o più frati “ad hortandum, monendum et inducendum abbatissas, sorores et personas monasteriorum ipsorum, ut recipiant regulam a prefato domino Urbano editam”294. Si noti che si parla di esortare, ammonire, indurre, ma non di provvedimenti disciplinari né di invalidità della regola damianita.
Recentemente questa varietà normativa è stata ampliata da due contributi di Gaglione relativi alla città di Napoli (Gaglione, 2013, pp. 29-95; 2014, pp. 27-128). Gaglione ha evidenziato il fatto che la regina Sancia, con le sue Ordinationes approvate da Giovanni XXII nel 1321, fece adottare al monastero di Santa Chiara di sua fondazione la regola di Innocenzo IV del 1247, mantenendo la titolazione di Ordo Sancti Damiani. Nel secondo monastero partenopeo da lei fondato e nel quale si ritirò verso il 1343, morendovi come monaca nel 1345, quello di Santa Croce di Palazzo, fece seguire la regola di Chiara approvata dallo stesso Innocenzo IV nel 1253, quasi sparita dal panorama normativo, secondo quanto affermato anche da Sensi: “Si ignora persino quali monasteri abbiano seguito, prima dei movimenti riformatori del secolo XV, la regola di santa Chiara e per quanto tempo” (Sensi, 1995, p. 335). Gaglione ritiene che la regina, vicina agli ideali pauperistici degli spirituali, ritenesse la regola di Chiara più rigida di quella urbaniana nei riguardi della povertà. Al di là delle motivazioni della scelta, ciò che interessa particolarmente è che nel Trecento fosse ancora valida normativamente una regola che non era stata superata dalla sostanziale indifferenza in cui cadde né abolita dall’approvazione di due regole successive. Dunque tra fine Duecento ed inizio del Trecento troviamo in vigore per le monache di tradizione francescano-clariana le regole di Ugolino, Isabella, Urbano IV e Chiara.
In questo panorama estremamente variegato emergono sia la lunga durata delle regole una volta approvate sia la relativa libertà di scelta concessa ai monasteri femminili, non soltanto a quelli legati a grandi famiglie aristocratiche o reali, come Longchamp, San Silvestro in Capite, Santa Croce di Palazzo della regina Sancia e San Francesco di Praga di Agnese, figlia, sorella e zia dei re di Boemia; ma anche a molti altri, come mostra la già ricordata diffusione della regola di Chiara nel Quattrocento. Ma si risale alla regola a monte di questa: infatti, nonostante i tentativi uniformatori contro le resistenze delle monache, la cancelleria pontificia continuò ad emanare documenti per vari monasteri dell’Ordo Sancti Damiani.
Si possono così evidenziare altri casi di sopravvivenza e leggere con maggior cognizione di causa dati che si potevano ritenere errati, dovuti o a ripetizione di vecchi formulari da parte della cancelleria papale (caso peraltro difficile da immaginare a distanza di decenni) o a letture sbagliate di eruditi nel citare documenti non più reperibili.
È il caso del monastero abruzzese di San Silvestro di Pereto, il secondo damianita della Provincia Pennensis nel XIII secolo295. Il monastero sorse attorno al 1240 con l’impegno di non lasciare mai la regola damianita, pena il ritorno dei diritti sulla chiesa di San Silvestro a coloro che li avevano concessi, cioè in parte ad Andrea de Pontibus - che li aveva trasmessi alla sorella badessa - e ai suoi eredi, in parte al monastero di Farfa; si aggiungeva una pena pecuniaria da versare al cardinale protettore. Forse per questo impegno particolare, un documento papale del 1290 indica il monastero come appartenente all’Ordine di San Damiano. Non è conservato l’originale, ma, dato il contesto generale che ho precedentemente evidenziato, si può dar fede all’Antinori che lo riporta296 ed annoverare anche San Silvestro di Pereto tra i monasteri damianiti di fine Duecento.
Questa persistenza era stata sottolineata molto tempo fa da Garampi, a proposito dei monasteri di Santa Chiara di Begno e di Santa Maria de fonte di Città di Castello. Il primo comporta un problema di appartenenza all’Ordine benedettino o a quello damianita, il Garampi propende per la seconda ipotesi:
Nel distretto del castello di Monte Copiolo, in Montefeltro, Pieve di San Leo, fra il suddetto castello e il fiume Conca, … giace una piccola Villa detta già Castello di Begno… Come poi questo castello passasse in dominio della Cattedrale di Gubbio, che n’era padrona nell’anno 1288… non ho finora potuto ben scoprirlo. … Presso questo castello era già stato fondato prima della metà del secolo XIII un Monastero di Monache Damianite o sia di S. Chiara, sotto la regola di S. Benedetto, immediatamente sottoposto alla S. Sede.
A causa di guerre, le monache per indicazione di Alessandro IV al vescovo di Fossombrone si spostarono “nel monastero di S. Silvestro d’Iscleto della diocesi d’Urbino, situato nella pianura del Metauro, tra Fermignano e Castel Durante”, il tutto prima del 18 maggio 1258. Il 20 maggio 1260 Alessandro IV conferma il monastero alle Damianite. Tuttavia “o quelle medesime, o altre Monache” prima del 3 aprile 1288, tornarono nel “Monastero di S. Maria del Castello di Begno dell’Ordine di S. Benedetto” (Niccolò e Marco Pagliarini, 1755, pp. 407-409).
Potrebbe quì eccitarsi una curiosa non inutile quistione, che volentieri rimetto agl’Istorici dell’Ordine Serafico, se in questo Monastero si continuasse tuttavia il primitivo Ordine di S. Damiano e di S. Chiara inteso sotto il generico nome di Regola di S. Benedetto, ovvero questo fosse già stato cambiato nella pura Regola di S. Benedetto, come s’intitola nella citata pergamena: poiché sebbene le Monache Damianite si chiamassero sempre Ordinis s. Benedicti, in effetti però erano di gran lunga diverse dalle Benedettine, per i particolari instituti aggiunti loro da S. Chiara, e dal Pontefice Urbano IV, il quale volle, che non più Damianite, ma Clarisse si appellassero. È degno però di osservazione, trovarsi più Documenti di questo stesso secolo, da i quali apparisce, che o non tutti i Monasteri vollero lasciare l’antico Instituto di S. Damiano, o seppur abbracciarono la nuova Regola Clarissa, non vollero però perdere l’antico titolo di Damianite, col qual nome vedonsi più volte in detti Documenti espresse. Basti per tutti una bolla di Niccolò IV, Dat. Rome apud S. Mariam Majorem III Kal. Jan. Pontif. anno I, diretta Abbatisse et Conventui Sancte Marie de Fonte Ordinis S. Damiani prope Civitatem Castelli” (Niccolò e Marco Pagliarini, 1755, pp. 410-411).
Dunque Garampi indica il monastero di Santa Maria de fonte solo come un esempio, non come un caso unico.
Per il monastero di Begno sorse una questione con il papa che imponeva l’accettazione di “Lucia di Maestro Cambio Ermanno Notajo” tra le monache, le quali però, rifiutando la bolla papale, sostennero
che tacuit impetratrix talium Litterarum, quod dictum Monasterium esset de ordine s. Benedicti, et suggessit ipsum de ordine S. Damiani. Per altro non sarei lontano dal sospettare, che talvolta un Ordine per l’altro impropriamente si usasse, e che grande uniformità d’Instituto si osservasse fra di essi in qualche particolare Monastero; non essendo altrimenti credibile, che la suddetta impetrante fosse così poco informata dell’Instituto del Monastero, nel quale desiderava di essere accettata, se colla detta appellazione non avesse creduto di averlo bastantemente espresso297.
Chi sa che anche questo contrasto con il papa non abbia al fondo quello ricordato da Accrocca, sicché il problema dell’accoglienza di una nuova consorella venga ad essere il sintomo di un contrasto per una più ampia autonomia per il mantenimento della vecchia normativa. Comunque, ciò che conta non è il problema dell’appartenenza del monastero di Begno alle benedettine o alle damianite, quanto piuttosto il fatto che nel penultimo decennio del secolo XIII si faccia ancora riferimento all’Ordine di San Damiano come esistente.
Ho presentato alcuni casi della persistenza damianita, gli ultimi due dei quali noti dagli studi del Garampi. Nuove preziose acquisizioni vengono dal libro di Espositi sui monasteri femminili duecenteschi di ambito francescano del regno di Sicilia di recente pubblicazione e dagli studi di Bianchini su quelli dell’area padana. E quindi con le nuove lenti in possesso degli storici i casi andranno aumentando, offrendo in fine un panorama rinnovato delle esperienze delle monache variamente legate alla tradizione francescana e clariana e delle normative seguite nei loro monasteri298.
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283Per la motivazione in base alla quale continuo ad usare il nome Ugolino invece di Ugo rinvio al mio recente Francesco d’Assisi, il mercante del regno, Marini, 2015, p. 39. Noto inoltre che alcuni tra quelli che, con ottime motivazioni, adottano il nome Ugo, continuano però ad indicare l’aggettivo “ugoliniano” per le sue costituzioni ed i monasteri femminili facenti capo a lui, che invece andrebbero definiti “ugoniani”.
284Per lo sviluppo della storia di Chiara, del suo monastero e delle pauperes dominae rinvio alla recente sintesi della studiosa più accreditata, Alberzoni, 2013, pp. 779-829.
285Marini, 1997, pp. 179-195; 63-11.
286Si veda anche Alberzoni, 1995b. Tra questo libro e la pubblicazione francese del 2013 citata (in cui si troverà ampia bibliografia), la studiosa è tornata più volte su queste tematiche, si veda ad es. Chiara e San Damiano tra Ordine minoritico e curia papale, in Clara claris praeclara, 2004, pp. 27-70.
287Marini, con la collaborazione di Ungarelli, 1991, pp. 98-99; Felskau, 2008, pp. 309-313.
288Dalarun, Field, Lebigue, Leurquin-Labie, 2014.
289Barone, 2004, pp. 83-95.
290Vanno però notate le “resistenze” delle monache assisane, almeno fino al 1288, Accrocca, 2014, pp. 350-352 (tutto: 339-379).
291Marini, 2004, pp. 525-538; 2007, 13-23; Sensi, 2010, pp. 25-77.
292Barone, 1983, 803-804 (tutto: 799-805); Marini, 2009) 81-108.
293Casagrande, 2004, p. 73, in part. nota 8.
294 Bullarium Franciscanum, ed. Sbaralea, 1768, 433; Accrocca, 2014, pp. 346-350.
295Espositi, 2023.
296Antinori, 1793, II, p. 191.
297Antinori, 1793, Ii, p. 411.
298Bartolacci (2012, pp. 121-150), sottolinea, come dal titolo, la complessità delle esperienze religiose femminili, non riconducibili esclusivamente all’Ordo Sancti Damiani nel periodo da lei preso in considerazione. Senza voler correggere le conclusioni della studiosa, monastero per monastero, credo che quanto emerge per gli anni successivi alla regola di Urbano IV spinga ad essere più possibilisti sui monasteri che si riferiscono alla regola benedettina: “… complessa… è la mobilità di alcuni monasteri che… in un preciso momento storico vengono definiti con la terminologia ritenuta caratteristica dell’ambiente francescano, ma che non seguiranno l’iter del passaggio all’Ordo Sanctae Clarae, divenendo invece di area benedettina a tutti gli effetti” (pp. 129-130). È su quel “a tutti gli effetti” che forse si potrà ancora ragionare, proprio riprendendo le conclusioni dell’articolo: la “capacità di adattamento fa sì che i monasteri femminili mostrino per così dire una “mobilità” diversa da quella che caratterizzava le comunità degli ordini mendicanti maschili. Nel caso delle comunità femminili non si tratta di mobilità geografica, ma – almeno nella fase precedente agli anni Sessanta del XIII secolo – di una notevole capacità di “spostamento” tra diverse forme istituzionali”; capacità che, come si è visto, permane invece oltre gli anni Sessanta. Si veda anche Marini, 2023.