Capitolo 4

Agnese di Boemia

La fonte principale per Agnese di Boemia la Vita di un anonimo frate Minore scritta nel terzo decennio del Trecento. Questa agiografia presenta visioni, premonizioni, il topos della santità dall’utero materno ed altre caratteristiche proprie del genere letterario-spirituale. Ma questo materiale è unito a molte concrete notizie che non hanno motivazione agiografica - come gli spostamenti che Agnese dovette fare per diverse corti o monasteri fin da quando aveva tre anni - delle quali non c’è motivo di dubitare; si tratta di informazioni che l’autore assunse dai contemporanei della santa, religiosi o laici. Per di più, queste notizie della Vita sono spesso verificabili attraverso altre testimonianze.

1. La giovinezza

Nella prima parte, narrando gli avvenimenti di Agnese nel secolo, la Vita, pur seguendo un criterio cronologico, non indica l’anno in cui essi sono accaduti, ma solo l’età che Agnese aveva nei vari passaggi. Non dice nemmeno se nacque nel 1205 o nel 1211. La maggioranza degli storici moderni, fra cui Felskau, propende per il 1211. Non è sostanziale lo scarto di sei anni per la nascita di Agnese e per gli avvenimenti fin verso il 1225, tanto più che sicuri sono gli anni dell’ingresso in monastero (1234) e della morte (1282).

Il padre, il re di Boemia Prěmysl Otakar I, aveva numerosi figli e figlie.I primi quattro erano nati da Adele, dalla quale Otakar si separò nel 1198, gli altri da Costanza, figlia del re d’Ungheria Bela III, sposata in seconde nozze nel 1199. Costanza ebbe otto o nove figli; dopo il primo, Vratislao, che morirà giovanissimo, nacquero Giuditta, Anna e nel 1205 Agnese, che - per quanti non la identificano con la nostra santa - sarebbe morta giovane e perciò lo stesso nome sarebbe stato dato alla figlia nata nel 1211, nona ed ultima; ma verso il 1205 nacque anche Venceslao, che succederà al padre sul trono regnando dal 1230 alla morte (1253); nel 1207 Vladislao, nel 1209 Prěmysl, che sarà margravio di Moravia e rilascerà privilegi ad Agnese. L’ottava figlia di secondo letto del re fu Blazena, identificata da alcuni con Guglielma Boema, che ebbe una particolare vicenda religiosa a Milano, venerata in vita, considerata eretica dopo la morte (Marini, 1991, pp. 133-141). Di ciò dubita invece Felskau (2000, pp. 97-100).

La santità di Agnese si configura subito, nella Vita, come santità regia. Il biografo scrive che la sua vita fu un arricchimento in grazia e purezza dell’iniziale nobiltà che le derivava dalla sua stirpe regale, secondo la mentalità medievale che riteneva la nobiltà di nascita buon presupposto per raggiungere la santità. Vengono indicati i vari santi nella sua parentela, prima fra tutti Elisabetta di Turingia o d’Ungheria, morta nel 1231 e canonizzata nel 1235. La sua santità è profetizzata prima della sua nascita: la Vita riferisce il sogno della madre Costanza quando la portava in grembo, premonizione dal cielo sul futuro riservato alla nascitura (cap. I). Si tratta di un topos tra i più diffusi nella letteratura agiografica, anche Ortolana, madre di Chiara, avrebbe avuto un sogno che prediceva la nascita di una “luce” per tutto il mondo87. Costanza sogna di entrare in una stanza piena di vesti regali e preziose, in mezzo alle quali scorge una rozza tunica grigia ed una corda, quello che sarà l’abito delle seguaci di Chiara. Una voce avverte la regina che quella povera veste farà splendere la sua nascitura come luce su tutto il regno di Boemia. Luce: quindi la nascita della santa è paragonata all’apparire in cielo della stella del mattino che annuncia il sorgere del sole, simbolo di Cristo (Ap 22, 16), ma anche della stella della sera, perché Agnese è comparsa verso la fine dei tempi, verso il declinare del giorno della storia terrena88, richiamando ancora la biografia di santa Chiara89, che l’agiografo evidentemente conosce e alla quale s’ispira.

La piccola Agnese - terzo passo dopo la santità regia e la visione materna e altro luogo agiografico - era spesso trovata nella culla dalla nutrice con le mani ed i piedi incrociati (cap. I) come a comporre una croce, segno del suo intimo legame con il Crocifisso. L’infanzia in famiglia per Agnese finisce a tre anni, nel 1208 o nel 1214, quando il padre, avendola promessa in sposa ad uno dei figli minori di Enrico il Barbato, duca di Slesia, la manda nel monastero cistercense di Trzebnica. Nelle famiglie nobili, infatti, la futura moglie compiva la sua educazione nell’ambiente dello sposo, perché potesse conoscerlo, e l’educazione si riceveva nei monasteri fino a che le giovani non avessero raggiunto l’età per sposarsi90. La madre del futuro sposo, Edvige, che sarà canonizzata da Clemente IV nel 126791, era legata alla famiglia reale boema per il matrimonio di una sua sorella con lo zio materno di Agnese, Andrea II d’Ungheria. Quello di Trzebnica, fondato dagli stessi duchi di Slesia nel 1202, era il primo monastero femminile di tutta la regione. Agnese non vi arrivò sola: oltre alla nutrice ed al seguito, era con lei la sorella maggiore Anna, destinata in sposa al figlio più grande di Edvige, Enrico. Nel monastero Agnese fu istruita dalla monaca Gertrude, sorella dello sposo per lei designato, che sarebbe in seguito divenuta badessa e che per le sue virtù fu venerata localmente come santa. Come si vede, ci si trova immersi nella santità nobiliare, una tipologia che soprattutto nel nord Europa durò a lungo. La bambina avrebbe dovuto trascorrere qui tutta l’infanzia, ma i progetti matrimoniali di Otakar fallirono perché il piccolo fidanzato morì e Agnese, a sei anni, tornò in patria e per completare la sua educazione venne mandata nel monastero premonstratense di Doksany, a nord di Praga. Fondato nel 1143 dalla nonna di Agnese, Gertrude, dipendente dal monastero maschile di Strahov presso il castello di Praga, era il monastero familiare dei re di Boemia, che vi avevano le loro tombe e gli elargivano generose donazioni. Era dunque il monastero più ricco ed importante della Boemia. Qui Agnese, affidata alle monache perché con la conoscenza delle lettere acquisisse una più ampia formazione morale, ebbe un più alto maestro e manifestò una grande devozione.

Il soggiorno a Doksany fu breve, al massimo un biennio; a otto anni (1218/19, oppure 1212/13) Agnese tornò alla casa paterna. Dopo un po’ fu oggetto di un nuovo progetto matrimoniale particolarmente importante, con il figlio dell’imperatore Federico II di Svevia, Enrico, nato nel 1211, che nell’aprile 1220 alla dieta di Norimberga, l’assemblea dei principi dell’impero cui partecipò anche Otakar, fu eletto re di Germania. Il suo fidanzamento con Agnese, di cui parla l’agiografo, avrebbe rinforzato l’alleanza di Otakar con l’imperatore, che nel 1212 gli aveva confermato il titolo ereditario di re di Boemia ottenuto nel 119892. In che anno fu stabilito? Agnese aveva nove anni, quindi nel 1213/14, se fosse nata nel 1205, in caso contrario nel 1219/20. Questa seconda data appare la più probabile, rinviando ulteriormente alla nascita nel 1211.

Quando gli ambasciatori del futuro sposo giunsero a Praga, secondo la Vita avvenne un fatto miracoloso (cap. I): nessuno dei presenti alla stipula del patto nuziale ricordò il nome di Agnese, premonizione profetica che la principessa era destinata a nozze sacre, non ad un matrimonio con un uomo, un destino scritto nel suo stesso nome, nel quale - con un simbolico gioco di parole tra Agnes ed Agnus - è presente l’Agnello, il Figlio di Dio immolato.

Concluso il patto, fu deciso - per disposizione di Federico II, scrive l’agiografo - che Agnese avrebbe trascorso il tempo che la separava dal matrimonio con Enrico a Vienna, alla corte del duca d’Austria Leopoldo VI di Babenberg, adatta all’educazione di una futura imperatrice e particolarmente raffinata, grazie alla moglie del duca, Teodora, figlia dell’imperatore bizantino Isacco II Angelo. Ma la Vita contrappone l’ascetismo di Agnese agli usi mondani della corte e si sofferma in modo particolare sui suoi digiuni, che venivano fatti di nascosto, così che solo la nutrice e pochi altri ne erano al corrente. Agnese si asteneva dalle carni durante il periodo dell’avvento, limitandosi al solo pane e vino, che erano il suo unico nutrimento anche in quaresima, quando a corte ci si asteneva dalle carni, ma non dai latticini. Il cibarsi solamente di pane ma anche di vino - materia della consacrazione eucaristica - assume ancora valore simbolico, dato che le diete ascetiche escludevano di solito questa bevanda.

Poi la Vita ricorda la continua pratica di Agnese nelle elemosine e nelle preghiere e il suo desiderio di conservare la purezza della madre di Cristo, per la quale nutriva una devozione speciale.

Non conosciamo altre notizie del suo soggiorno a Vienna, la Vita dice solo che vi rimase finché fu quattordicenne, dunque cinque anni, fino al 1224/25. Anche il secondo fidanzamento, infatti, non andò in porto ed Agnese a circa quattordici anni tornò alla corte paterna di Praga. La Vita passa direttamente alle ultime proposte di nozze per la principessa. Da altre fonti sappiamo che il fidanzamento con Enrico venne sciolto nel 1225/26 per volere di Federico II. Il figlio dell’imperatore sposò Margareta, figlia di Leopoldo VI d’Austria, colui che aveva ospitato Agnese alla sua corte, il 29 novembre 1225 a Norimberga. Nel 1226 Otakar attaccò l’Austria, in assenza di Leopoldo VI, ma fu costretto a ritirarsi, la Moravia e la Boemia furono devastate dalla guerra.

Nel 1227 Otakar intende riorganizzare un nuovo esercito per attaccare l’Austria, ma molti dei cavalieri boemi, seguendo l’invito del nuovo pontefice Gregorio IX, prendono la croce e si uniscono all’esercito cristiano in partenza per la Terra Santa agli ordini di Federico II. Il re di Boemia sfoga la sua collera contro il predicatore papale della crociata, Corrado di Marburgo, premonstratense, confessore e consigliere del langravio di Turingia Ludovico IV e di sua moglie Elisabetta d’Ungheria. Otakar decise di farlo decapitare, ma nel momento in cui stava per far eseguire la condanna contro di lui, steso per terra in forma di croce, senza nemmeno avergli permesso di confessarsi e di ricevere l’Eucarestia, entrò nella sala la figlia Agnese che, dolendosi e piangendo per l’empietà del padre, condusse il predicatore ad una cappella vicina, perché potesse confessarsi e prepararsi a morire in pace. Ma san Mattia ottenne il miracolo: il re non solo grazia Corrado, ma gli si stende davanti in forma di croce chiedendo perdono. In tutto ciò è dunque determinante l’intervento di Agnese, che non teme di porsi contro il padre facendolo rinunciare alla vendetta93.

Nel cap. I della Vita riprendono le proposte di nozze per Agnese. Prima si fa avanti il re d’Inghilterra Enrico III in cerca di alleati contro la Francia: le trattative vanno per le lunghe, la notizia della Vita riceve credibilità da tre lettere di Enrico degli anni 1226, 1227 e 1228. A queste trattative si sovrappone una prima richiesta dell’imperatore Federico II comprovata da una sua lettera a Přemysl Otakar databile al 122894. Su queste due concomitanti richieste la Vita, a conclusione del cap. I, racconta di una visione che avrebbe avuto uno degli ambasciatori imperiali, “cavaliere di chiara fama”. Questi vide in sogno scendere sul capo di Agnese una corona di straordinaria grandezza che la fanciulla si tolse per porsene in capo una incomparabilmente più bella. Il cavaliere che raccontò questa visione la interpretò, secondo la sua mentalità, come un segno della scelta che la principessa avrebbe fatto nei confronti dell’imperatore, rappresentato dalla corona che ella si era posta sul capo, piuttosto che del re d’Inghilterra. Ma la Vita ne dà la lettura di tipo spirituale: la corona che le scende dal cielo rappresenta il grande potere terreno che viene offerto ad Agnese come imperatrice, la corona che lei si pone sul capo con le sue mani è quella che Cristo stesso le avrebbe posto sul capo come sua sposa.

2. La scelta

La Vita non spiega come andarono a finire le due richieste di nozze di Enrico III e Federico II e nel cap. II racconta di Agnese mentre dal 1231, dopo la morte del padre, vive alla corte del fratello Venceslao I. La principessa sottopone il suo corpo a pratiche ascetiche, mette nella sua camera, accanto allo splendido letto, uno strato di paglia sul quale si stende a dormire, sotto le vesti regali indossa il cilicio. In cerca della propria strada, svolge attività caritatevole e devota, fin dall’alba visita monasteri e chiese, fermandosi a parlare con le monache e raccomandandosi alle loro preghiere.

A questo punto arriva la seconda proposta di Federico II, rivolta a Venceslao I. L’imperatore, scomunicato per la prima volta da Gregorio IX nel 1228, era stato impegnato nella crociata in cui ottenne pacificamente Gerusalemme ed i luoghi santi a seguito di trattative col sultano d’Egitto Malik al-Kamil, poi a sconfiggere l’esercito papale che aveva invaso il suo regno di Sicilia, fino a raggiungere l’accordo con il papa con la pace di San Germano nel 1230.

All’età di circa vent’anni Agnese per la prima volta decide sui suoi matrimoni e sul suo futuro, rifiutando le nozze con l’imperatore, gradino più alto cui potesse aspirare una donna del suo rango. Lo fa dopo la morte del padre, forse si senti, consciamente o inconsciamente, meno vincolata alla sua autorità. Prima si rivolse al papa Gregorio IX per manifestargli il suo desiderio e, ottenutone il consenso, comunicò la decisione a Venceslao I. Il fratello mandò una legazione all’imperatore, con una certa apprensione, ma Federico mostrò grande rispetto per la decisione della giovane, rispondendo ai messi con le parole riportate in precedenza, delle quali si può non dubitare, vista l’attendibilità che l’agiografo ha mostrato. In più, Federico lodò l’intenzione della giovane, esortandola con una lettera a portare a termine ciò che aveva intrapreso ed inviandole doni preziosi e molte reliquie.

Probabilmente al rifiuto di Agnese a questa seconda richiesta di nozze da parte di Federico si riferiscono Chiara d’Assisi nella prima lettera inviata a lei e Gregorio IX in una lettera del 1235 alla regina Beatrice, figlia di Filippo di Svevia e moglie di Ferdinando III di Castiglia, in cui il pontefice elogia Elisabetta di Turingia (o d’Ungheria), appena canonizzata, e sua cugina Agnese di Boemia, che ha seguito il suo esempio di santità “imperialis culminis oblata fastigia”95.

La scelta di Agnese era arrivata dopo un lungo processo, con l’età matura. Ma per l’entrata in monastero passano ancora circa tre anni, nei quali Agnese si prepara con una serie di decisioni (Vita cap. III). Vende oro, argento, oggetti preziosi il cui ricavato distribuisce ai poveri, poi fonda l’ospedale di San Francesco. Anche in questo Agnese segue l’esempio della cugina Elisabetta che, alla morte del marito Ludovico per un’epidemia sorta nell’esercito crociato di Federico II in Puglia nel 1227, con la sua dote aveva fondato a Marburgo un ospedale intitolato a san Francesco, per la cura dei poveri e dei malati, cui lei stessa partecipava con umili lavori manuali. La cura degli emarginati, dei poveri, dei malati è appunto lo scopo di Agnese nel momento in cui nel 1233 fonda l’ospedale di San Francesco - un ospizio per anziani, malati e pellegrini - grazie alla donazione di terreni e beni da parte della madre Costanza96, cui si aggiunse nel 1234 la donazione del fratello Přemysl, margravio di Moravia (Friedrich, 1942, pp. 90-93, n. 85). Nello stesso anno il fratello Venceslao I prende sotto la sua protezione l’ospedale di San Francesco ed il monastero già fondato da Agnese, concedendo ampi privilegi97.

La costruzione del monastero per le monache era cominciata nel 1232 su terreno donato da Venceslao I. Accanto ad esso era stato costruito il convento di San Francesco per i frati minori che Agnese aveva fatto appositamente venire a Praga. Determinante in questa scelta fu dunque l’incontro di Agnese con il francescanesimo, probabilmente poco prima degli anni Trenta. Un gruppo di frati francescani era già arrivato a Praga, forse verso il 1225, e si trovava presso la chiesa ed il convento di San Giacomo, fatti costruire da Otakar I. La Vita (cap. III), ignorando questo più antico insediamento, afferma che la principessa chiamò alcuni frati per avere informazioni della regola seguita da Chiara d’Assisi, di cui - secondo Bartolomeo da Pisa - aveva sentito parlare da persone che provenivano da Roma e da Assisi. Bartolomeo aggiunge che nel 1232 la principessa fece venire a Praga dei frati minori da Magonza, dai quali poco dopo ricevette l’abito religioso98.

Nonostante l’esistenza di un convento minorita, la principessa ne volle un altro, quello di San Francesco, legato al monastero femminile, del quale i frati avessero cura spirituale e materiale99, in quel complesso che comprendeva anche l’ospedale ed una chiesa annessa al convento dei frati dedicata alla Madonna e a san Francesco; la chiesa del monastero femminile, costruita solo nel 1270-80, fu dedicata al San Salvatore e divenne il nuovo luogo di sepoltura dei reali boemi. Ancora oggi il complesso delle fondazioni di Agnese porta il nome di Na Františku (A San Francesco) che gli fu attribuito nel secolo XIII.

3. Agnese monaca damianita

Nel 1233 arrivarono nel nuovo monastero di Praga cinque monache damianite da Trento (Vita cap. II), forse per il bilinguismo che poteva favorire un loro insediamento in Boemia. Per esse Agnese si rivolse al papa, non a Chiara, probabilmente allora tra le due donne non si era ancora stabilito quell’affettuoso contatto testimoniato dalle lettere dell’Assisiate. Agnese non entrò subito nel monastero da lei fondato; sette novizie boeme vi fecero il loro ingresso 1’11 novembre 1233, festa di san Martino, lei aspettò la Pentecoste, l’11 giugno 1234, quando con molta solennità, insieme ad altre sette giovani che la Vita dice nobilissime vergini boeme, alla presenza di sette vescovi, di tutta la famiglia reale e di una moltitudine di persone, prese l’abito delle damianite. Il 30 agosto del 1234 Gregorio IX, su richiesta del re, del vescovo di Praga e del suo capitolo, prende possesso dell’ospedale e del monastero e li pone sotto la protezione della Sede Apostolica100. Il giorno dopo ordina al ministro provinciale di Sassonia Giovanni dal Pian del Carpine e al custode della Boemia Tommaso di porre Agnese come badessa del monastero di San Francesco101. Ma, come Chiara, rifiutò questo titolo (Vita cap. IV).

Nel 1235 il papa donò alle monache l’ospedale con tutti i suoi beni, stabilendo che non dovesse essere mai separato dal monastero, in modo che i suoi proventi potessero servire al mantenimento delle sorelle102. Agnese però non volle possedere alcun bene che potesse garantire sicurezza economica al monastero e per la cura dei malati e dei poveri dell’ospedale creò una confraternita di fratres, che avevano a capo un magister ed erano aiutati dai frati minori. Dietro le sue insistenze, Gregorio IX rese la confraternita autonoma ed attribuì ad essa il possesso dell’ospedale103.

Interessante notare come variano le denominazioni della nuova comunità praghense nei primi documenti. Gregorio IX il 30 agosto 1234 parla genericamente di “religione delle povere monache incluse”104; a parte l’aggettivo “povere”, in questo documento in cui il papa prende sotto la sua protezione il monastero e l’ospedale di san Francesco, confermando le immunità concesse dal re, dal vescovo e dal capitolo di Praga, l’ideale di povertà non trova esplicitazione. Si loda l’umiltà di Agnese, che ha deciso di farsi da regina ancella di Cristo che umiliò la sua altezza divina (Filippesi 2, 8). La stessa definizione delle monache è nella bolla papale Omnipotens Deus del 14 aprile 1237105.

La clausola regularitatis Ordine di San Damiano compare in due lettere di Gregorio IX di pochi giorni precedenti106 e poi il 15 aprile 1238, in quel documento di Gregorio, IX, che viene considerato un “privilegio di povertà”, inviato alle “recluse serve di Cristo del monastero di San Francesco di Praga dell’Ordine di San Damiano”107. L’evoluzione del nome non è casuale. Nel 1234 la struttura del monastero di San Francesco a Praga era di tipo tradizionale. Nel citato documento del 30 agosto 1234 - il giorno prima che Gregorio scrivesse a Giovanni dal Pian del Carpine ed a frate Tommaso perché ponessero Agnese come badessa - il papa, confermando tutti i privilegi del monastero e dell’ospedale e prendendoli sotto la protezione della Sede Apostolica, ribadisce l’inserimento della nuova fondazione in una linea consolidata nei secoli: i possessi sono necessari alle monache, “recluse”, “affinché le nuove piante producano fiori ubertosi e frutti di onestà”108.

Ma i giovani e le giovani che sceglievano la povertà proposta da Francesco si ponevano in un’altra ottica, non tradizionale. Essi avevano il loro modello nel Cristo sofferente, emarginato, povero; nella sua vita che i Vangeli indicano come precaria, non stabile né assicurata. Agnese aveva scelto il nuovo modello e si era confermata in esso dagli scambi con Chiara; si impegnò con tutte le sue forze per l’affermazione del nuovo stile di vita, sicura della propria coscienza ed aiutata dall’appartenenza alla casa reale di Boemia, il che la poneva in una posizione privilegiata nel trattare con la Sede Apostolica. La Vita non è esplicita su questo punto e la stessa voce di Agnese si può ascoltare soltanto in controcanto, poiché nessuno dei suoi scritti ci è pervenuto, né quelli sicuramente inviati ai pontefici (perché se ne hanno le risposte puntuali), né quelli con molta probabilità inviati a Chiara.

Il 2 ottobre 1234 il fratello di Agnese Premysl, su richiesta della sorella, dona il villaggio di Rakšice - tra le donazioni fatte in precedenza ad Agnese - all’ospedale di San. Francesco; Venceslao conferma109. Agnese inizia subito a rinunciare al possesso di beni materiali e lo fa in sintonia spirituale con Chiara. Databile al 1234 è la prima lettera che Chiara inviò ad Agnese. Su ciò si tratterà nei capitoli successivi.

4. Dopo la morte di Chiara

Nel cap. IV l’autore della Legenda mette in evidenza l’umiltà di Agnese, virtù evangelica fondamentale nel francescanesimo, vissuta come servizio verso í più piccoli e bisognosi, non semplicemente in una ascesi personale. L’affermazione che Agnese per tutta la vita “prelacionem sui ordinis declinavit” va intesa nel senso che ella non volle usare il titolo di badessa, come fece Chiara, anche se di fatto rimase a capo della sua comunità e tale fu ritenuta dai papi, che si rivolsero a lei attribuendole il titolo di badessa. È poi significativo l’accostamento di Agnese non a Maria, la sorella “contemplativa” di Lazzaro, ma a Marta, la sorella “attiva”, ripresa da Cristo per il troppo affaccendarsi (Lc 10, 42). L’autore, non a caso, sottolinea in Agnese uno spirito francescano che anche all’interno della scelta monastica privilegia un servizio concreto e quotidiano.

Il cap. V tratta direttamente della povertà e qui l’autore fa un cenno più esplicito e circostanziato a pressioni esercitate dalle autorità ecclesiastiche su Agnese perché la attenuasse ed alla fermezza della sua resistenza, anche se in anni più tardi (1274):

Le elemosine che riceveva dal fratello re e dagli altri principi boemi Agnese le utilizzava in parte “per l’abbellimento delle reliquie, dei vasi e degli ornamenti delle chiese”, in parte “per le necessità delle sue sorelle”:

La forma vitae di Chiara era stata approvata per il monastero di San Damiano, ma era pur sempre una regola approvata dalla Santa Sede. Alessandro IV110, come si è visto, la concesse al monastero di Praga nel 1260. Dopo la morta e la canonizzazione di Chiara del 1255, tra le damianite si potevano osservare tre diverse regole: quella di Ugolino con la benedettina, quella di Innocenzo IV e quella di Chiara, che però fu richiesta da pochissimi monasteri111. Nel 1263 il papa Urbano IV (1261-1264) emanò una nuova regola112 per unificare l’osservanza di quello che venne denominato Ordine di santa Chiara: erano ammesse la proprietà comune e le rendite per i monasteri. Agnese avrebbe potuto passare all’osservanza di quest’ultima regola, ma la Vita riporta un suo ulteriore rifiuto all’invito del cardinale Caetani di accettare il possesso di beni. L’autore della Vita afferma che fino alla sua morte Agnese osservò la regola della sua madre spirituale, sforzandosi di realizzare nella vita sua e in quella delle sorelle affidatele la povertà trasmessa da san Francesco d’Assisi.

Agnese sopravvisse a Chiara per quasi trent’anni. Quest’ultima lunga parte della sua esistenza continuò a trascorrerla nel monastero di Praga, dedicandosi alla cura delle sorelle, seguendo con attenzione il diffondersi dell’ideale francescano, con la creazione di nuovi monasteri femminili nelle regioni a lei vicine, intervenendo in alcune delle difficili vicissitudini politiche che coinvolsero i suoi familiari. Come fonte si ha quasi esclusivamente la Vita, corroborata da pochi altri documenti, in base ai quali si può, almeno in parte, ricostruire il ruolo che Agnese ebbe negli avvenimenti politici dell’epoca. Più difficile è avvicinarla tra le mura del suo monastero, nel colloquio con le sue consorelle, almeno per stabilire fatti e cronologia. Si possono individuare invece i tratti principali della sua spiritualità, sui quali l’agiografo si sofferma. Innanzitutto la centralità della meditazione sulla passione e la croce di Cristo (cap. VIII). È un tratto di evidente sensibilità francescana. San Francesco aveva portato in primo piano gli aspetti della vita umana di Cristo, dalla nascita, celebrata con la paraliturgia del presepe di Greccio113, alla vita povera ed errabonda che egli volle ripercorrere114, alla meditazione sulla passione vissuta anche col pianto115. Potrebbe essere non casuale il dono delle reliquie della croce e della veste del Salvatore fatto ad Agnese da Innocenzo IV. Momento privilegiato di questa unione era ricevere il Corpo di Cristo nell’Eucarestia (cap. VII); Agnese vi si preparava con preghiere e meditazioni in solitudine e lo assumeva attraverso una finestra della sua cella. Nel XIII secolo non era diffusa l’abitudine alla comunione frequente. Il IV concilio Lateranense nella costituzione 21 stabili l’obbligo di confessarsi almeno una volta all’anno e di comunicarsi almeno a Pasqua116. Pur in questi limiti, il francescanesimo contribuì a sviluppare l’uso di una maggiore frequenza eucaristica.

La ricerca di un rapporto diretto e di un dialogo intimo con Dio passava non soltanto per il Cristo della passione e per l’Eucarestia. Nella preghiera (cap. VII) Agnese cercava quotidianamente il contatto con Dio, senza interruzione - scrive il biografo - cercava il suo diletto, con evidente riferimento a Cant, ben presente nelle lettere di Chiara. Desiderando essere unita a lui in spirito, si ritirava per lunghe ore nel suo oratorio, vi rimaneva da sola quasi continuamente, salvo i momenti di vita comunitaria del monastero, “si alzava con le penne della contemplazione”. Su questa base l’agiografo inserisce episodi meravigliosi di colloqui con il Cristo, visioni, rapimenti spirituali, sensazioni fisiche, elementi presenti nelle legende agiografiche ma particolarmente sviluppati tra seconda metà del Duecento e Trecento, nello sviluppo di una mistica femminile dai tratti esteriori e corporei, con un’intensità di passione che va al di là dell’esperienza monastica dei secoli precedenti.

Nella concezione agiografica indicano poi l’appartenenza alla sfera del sacro altri due elementi. Il primo è la capacità di vedere nelle anime delle persone, anche dopo la loro morte, il secondo sono le tentazioni diaboliche. Il diavolo, inseparabile nemico del santo, invidioso della sua condotta devota e irreprensibile, compare sotto diverse sembianze nei momenti più disparati, nel tentativo di farlo peccare o per causare danni al suo corpo (cfr. cap. VII, X).

Nella Vita non si dà molto spazio ai miracoli di Agnese in vita (cap. XIV), sono narrate cinque guarigioni tutte operate su donne, consorelle o laiche, sottolineando la sua ritrosia nel manifestare la capacità taumaturgica. La santa appare come protettrice delle madri, delle partorienti e dei bambini (cap. VIII). Il fatto che i miracoli compiuti da Agnese in vita si rivolgano a donne è dovuto in parte al tipo di vita da lei condotto, tra le mura di un monastero nel quale gli estranei potevano avere difficilmente accesso. E però significativo che solo due guarigioni riguardino le consorelle e ben tre, invece, persone esterne.

Seguendo la mentalità dell’epoca, Agnese trattava duramente il suo corpo, infliggendogli sofferenze e privazioni per vincere ed abbattere i diversi vizi della carne umana, i vari “nemici domestici”, come scrive il biografo, e per “soggiogare la carne alle leggi dello spirito” (cap. VI). La sua astinenza era così rigida, che la stessa santa Chiara alla fine della terza lettera - come si è visto - dovette esortarla ad essere più moderata. Ma Agnese non cercava soltanto un perfezionamento ascetico personale, perché distribuiva tra le sorelle più deboli e malate il suo nutrimento, trasformando così la pratica del digiuno anche in un atto di carità.

Può forse sembrare contraddittorio che la santa - la quale insieme con Chiara chiede per le sue monache disposizioni sul digiuno meno rigide di quelle previste nella regola benedettina - imponga poi a se stessa così dure prove. In questo atteggiamento ambivalente vi è forse la consapevolezza di non dover forzare i limiti altrui e al tempo stesso lo slancio personale per superare i limiti del proprio corpo.

La documentazione offerta dalle lettere di Chiara e dei papi ha mostrato come fosse centrale nella spiritualità di Agnese seguire l’esempio di san Francesco nella povertà, la Vita presenta la concretezza di questo ideale nel suo vissuto (cap. V). Povertà è, come si è visto, prima di tutto partecipazione alla vita di coloro che poveri ed emarginati sono per condizione, il che in Agnese si esprime nello svolgere nel monastero i lavori manuali più umili e pesanti e socialmente disprezzati.

La trasmissione della concezione della povertà da Chiara ad Agnese si coglie anche attraverso il dono di alcuni semplici oggetti che la prima inviò alla consorella boema:

Quando la beata Chiara ebbe notizia della fama della beata Agnese, lodò il Signore Dio e mandò alla stessa santa Agnese alcuni oggetti, cioè un pater noster, un velo, una scodella nella quale santa Chiara mangiava, un piccolo calice e alcune altre cose che furono accolte dalla stessa santa Agnese con grandissima devozione. Tramite questi oggetti Dio fece molti segni per i meriti della beata Chiara. Tutti essi furono conservati nel monastero, ornati di oro e di gemme117.

Sono doni dal valore affettivo, come la “scutella”, la scodella, un oggetto quotidiano, una ciotola di legno, unico piatto personale che nel medio evo si possegga a tavola. Ma la concretezza e l’utilità del dono non oscurano il suo significato simbolico di condivisione dello stesso cibo, e non soltanto materiale.

In Agnese questa povertà concreta convive con il gusto per le cose belle e preziose come omaggio a Dio. Si è visto che una parte delle elemosine che il fratello le mandava era destinata all’abbellimento dei reliquiari, dei vasi e degli ornamenti delle chiese, che lei stessa sceglieva con cura (cap. V). Inoltre quando costruì a Praga il monastero in cui poi sarebbe entrata “lo decorò mirabilmente con gloriose reliquie di santi, con vasi ed ornamenti preziosi destinati al culto divino, poiché amava lo splendore della casa di Dio” (cap. III). Questo lato della sua sensibilità e della sua religiosità potrebbe aprire poco francescano, ma non va dimenticato che Francesco chiedeva che i “santissimi misteri” dell’eucarestia fossero collocati “in luoghi preziosi”, così come gli scritti con i nomi e le parole di Dio fossero collocati “in un luogo decoroso”118. Alla regalità divina non si nega l’attribuzione dei segni e degli splendori della regalità terrena, che può pure esserne immagine o piccolo riflesso. Rifiutatili per sé stessi, sono accettati se usati a maggior glorificazione di Dio.

Questa sensibilità per la bellezza può anche leggersi come tipica di una donna nobile, che è vissuta ed è stata abituata a muoversi tra cose ricche e belle (Felskau, 2000). Inoltre, se lei rifiutò per sé i fasti della regalità, rimase sempre legata alla sua famiglia, così come la famiglia le restò sempre affezionata e devota, tanto che il suo può apparire un monastero regio francescano. Per tutta la sua vita povera i rapporti che ella mantenne con la sua famiglia ricca e potente furono armoniosi, a partire dalla sua conversione, che non fu avvertita dai suoi come una lacerazione dolorosa, cosa che invece accadde a Chiara e a sua sorella, per non parlare di Francesco. Anche in seguito, attraverso le tante difficoltà e disgrazie che colpirono i reali di Boemia, Agnese fu sempre presente, come una madre spirituale che fosse punto di riferimento per tutti. Anche mentre si batteva insieme a Chiara per una forma di vita nella povertà, non restò al di fuori delle vicende politiche della sua terra e della sua famiglia, intervenendo come pacificatrice in conflitti drammatici e dilaceranti.

A lei ci si rivolge come intermediaria presso il re Venceslao I, come emerge da più di una testimonianza dell’epoca. Alberto Böheim (futuro legato papale) in due lettere indirizzate a Gregorio IX nell’agosto e nel settembre 1240 consiglia il pontefice, preoccupato per i contatti intervenuti tra il re di Boemia e l’imperatore Federico II, di rivolgersi ad Agnese perché lo esorti a conservare la sua fedeltà nei confronti della Sede Apostolica119.

Innocenzo IV ricorre ad Agnese da Lione il 20 settembre del 1245 affinché caldeggi presso il re il candidato da lui designato per il vescovato di Olomouc, Bruno di Schaumburg, canonico di Hildesheim. Non sappiamo se Agnese intervenne; se lo fece non dovette essere molto ascoltata, poiché il papa continuò ad adoperarsi fino al 1247 affinché Bruno potesse entrare nella diocesi.

Per Venceslao I è un periodo assai triste quello tra il 1245 e il 1253, anno della sua morte. Dopo aver perso un occhio in un incidente di caccia nel 1245, appena quarantenne si ritirò a vita solitaria in castelli di campagna. Il 3 gennaio del 1247 mori il figlio Vratislao, margravio di Moravia, duca di Opole, divenuto grazie al suo matrimonio duca d’Austria. Il 21 luglio dello stesso anno la nobiltà boema, per acquisire maggiore autonomia e potere, ad insaputa di Venceslao elesse re l’unico figlio che gli era rimasto, il quindicenne Přemysl Otakar; la maggior parte della nobiltà si schierò con il ragazzo, il re dovette rifugiarsi nella città di Meissen e venire a patti con il figlio. Nel 1249 intervenne Innocenzo IV minacciando la scomunica agli insorti che non fossero tornati ad obbedire al legittimo re; grazie all’appoggio del papa e del nuovo re dei Romani, Guglielmo d’Olanda, Venceslao poté tornare a Praga il 5 agosto, con il castello e la cattedrale ancora in mano al figlio. Egli fu condotto in processione, col vescovo e i frati minori, alla chiesa di San Francesco del monastero di Agnese; sempre qui per festeggiare la vittoria il 15 agosto fece celebrare da Bruno di Schaumburg, ormai vescovo riconosciuto di Olomouc, una messa per la festa dell’Assunzione, seguita da un banchetto al termine del quale avvenne la riconciliazione tra padre e figlio120. Il ruolo di Agnese non è chiaro, ma certo non fu scelta a caso la chiesa del suo monastero per accogliere il re al suo ritorno in Praga e, dieci giorni dopo, per celebrare la sua vittoria: si può ipotizzare un intervento pacificatore da parte di Agnese, sorella e zia dei due uomini.

Seguirono molti anni tranquilli. Dopo la concessione della forma di vita di Chiara nel 1253 possiamo pensare che per il monastero di Praga fu un periodo di serenità e di crescita nella realizzazione di un ideale di vita nella povertà tanto a lungo perseguito. Ma fu anche un periodo di ampliamento architettonico, iniziato qualche anno prima, anche per l’accresciuto numero delle monache. Già nel giugno 1245 Agnese, per procurarsi i fondi necessari alla ristrutturazione, vendette al monastero benedettino di Kladruby il villaggio di Přeštice, che Venceslao aveva donato al suo monastero121; da Venceslao e da una sorella, la duchessa Anna, arrivarono altre preziose donazioni: dipinti, arredi sacri, paramenti, oggetti e codici liturgici122.

Dopo il 1250 fu costruita la chiesa di San Salvatore, che divenne la chiesa delle monache, mentre quella di San Francesco restò per i frati minori dell’omonimo convento. Questa nuova chiesa era destinata a diventare il luogo sacro per la famiglia reale boema e per la sua memoria storica, poiché avrebbe accolto le tombe dei suoi membri. Perciò fu costruita con particolare attenzione alla sua bellezza architettonica. L’ospedale di San Francesco, pur essendo autonomo dal 1237, restava nel cuore e nel pensiero di Agnese, che abbiamo visto intervenire presso Innocenzo IV, nel 1250, affinché desse alla confraternita un segno distintivo; esso raggiunse un’importanza sempre crescente, mentre la santa, fino al 1271, si preoccupava di fargli pervenire nuovi donativi per la sua sussistenza da membri della famiglia reale123. Intanto nuovi monasteri dell’Ordine di San Damiano nascevano nella zona, dopo quello di Agnese a Praga, che fu il primo oltre le Alpi nell’Europa centrale: ad Olomouc (1242-1248), a Cheb (1268), a Znojmo (1274). Non si conservano testimonianze su un eventuale ruolo di Agnese in queste nuove fondazioni, il fatto che furono costruite nei pressi dei castelli nelle città reale non porta necessariamente a dedurre un ruolo propulsivo della famiglia reale boema, tuttavia è difficile credere che Agnese non avesse alcuna influenza.

Molto probabile un suo intervento nella fondazione del monastero femminile di Wrocław (Breslavia), nella regione della Slesia (attualmente in Polonia). L’iniziativa fu di sua sorella Anna, più grande di lei di sette anni, vedova del duca di Slesia Enrico II il Pio. Forse su suo invito nel 1238 arrivarono a Wrocław da Praga i primi Frati Minori, per i quali nel 1240 il marito iniziò la costruzione di un convento. Enrico non poté vederne la fine, perché l’anno dopo mori a Wahlstatt combattendo contro i Tartari; lo terminò Anna, che nella chiesa del convento ne fece seppellire il corpo. Nel 1247 arrivarono nella città le prime monache damianite, anch’esse provenienti da Praga124, quindi dal monastero di Agnese, il cui contatto con Anna è dunque più che un’ipotesi, tanto più che attorno al 1250 Anna chiamò a Wrocław da Praga anche la confraternita che stava per diventare l’Ordine dei Crocigeri della stella rossa facendo costruire un ospedale, che dedicò alla cugina santa Elisabetta di Turingia.

Le monache vissero i primi anni a Wrocław in un monastero provvisorio di legno, mentre si andava costruendo quello definitivo in muratura. Nel 1256 mancarono i fondi per proseguire. Intervenne il papa Alessandro IV, che chiese ai vescovi di Wrocław e di Lebus di concedere indulgenze a chi avesse contribuito alla costruzione con offerte125. Le monache dal canto loro pensarono di vendere oggetti preziosi donati loro da Anna. Agnese, che abbiamo visto attenta alla preziosità ed alla bellezza degli oggetti di culto, intervenne chiedendo al papa di impedirlo. Alessandro la ascoltò ed in data 27 aprile 1259 scrisse alle monache una lettera con tale proibizione126. Un secondo intervento di Agnese presso il papa fu compiuto al fine di far ottenere alle monache di Wrocław la concessione che i frati minori della città potessero avere accesso alla finestra del monastero per colloqui con la badessa.

I due interventi di Agnese per le sorelle di Wroclaw dimostrano non soltanto il suo interessamento per l’espansione delle fondazioni damianite, ma anche il continuo contatto con i membri della sua famiglia, anche se non risiedevano più nella corte di Praga. Questa vicinanza incise sugli ultimi dieci anni della sua vita, che furono drammatici per i Premislidi e per la Boemia. Il regno di suo nipote Přemysl Otakar II era stato tranquillo per un ventennio, dalla successione al trono nel 1253 fino al 1273. Con successivi ampliamenti egli aveva esteso il suo dominio al di là della Boemia: all’Austria nel 1253, grazie al suo matrimonio con Margareta di Babenberg; alla Stiria nel 1260; al territorio di Eger nel 1267; alla Carinzia nel 1269; a Pordenone e al Friuli nel 1270, riuscendo così a raggiungere anche uno sbocco al mare. Questa sua potenza fu causa della sua rovina, poiché ne furono preoccupati i principi tedeschi; essi il 29 settembre 1272 elessero in sua assenza a Francoforte il nuovo re dei Romani nella persona di Rodolfo di Asburgo. Era la fine del “grande interregno” e per Přemysl Otakar II era l’inizio di uno scontro lungo e fatale, poiché Rodolfo ne voleva assolutamente restringere la potenza e delimitare i domini, aspirando soprattutto ad essere signore dell’Austria.

La Vita non riferisce nei dettagli le drammatiche vicende della famiglia reale boema, ma non le ignora e le riporta ad Agnese, di solito in forma di episodi meravigliosi. Nel cap. VII racconta che, essendosi una volta gravemente ammalata e pensandosi ormai vicina alla morte, nel momento in cui stava ricevendo l’Eucarestia udí una voce che le diceva:

Agnese, non credere assolutamente che morirai prima di aver visto allontanarsi da questa vita quasi tutti i tuoi cari127.

La guerra, fu momentaneamente scongiurata nel 1275 con la sottomissione del re boemo, costretto a cedere a Rodolfo tutte le terre conquistate, riceverne la Boemia e la Moravia in feudo ed accettare il fidanzamento dei suoi due figli Venceslao e Cunegonda con due figli dell’imperatore designato. Ma lo scontro riprese solo tre anni dopo, nel 1278, e nella battaglia di Dürnkrut Otakar fu sconfitto e ucciso.

Alla sua partenza per la guerra Otakar si era recato a salutare Agnese, che gli predisse:

Andrai, ma non ritornerai, perché tutti i tuoi signori sono contro di te128.

La Vita racconta una visione di Agnese collegata a questa premonizione. Durante l’assenza del re le monache di San Francesco recitavano spesso salmi penitenziali per la sua salvezza, andando in processione per il monastero con la reliquia del legno della santa croce ed altre. Un giorno, durante una di queste processioni, Agnese ebbe una visione: Otakar era ferito e veniva trasportato da due uomini di più alta statura. Come si venne poi a sapere, nello stesso istante in cui la zia ebbe la visione, il nipote fu ferito, catturato e ucciso dai nemici (cap. X).

La morte di Otakar fu l’inizio di una serie di altre sciagure. Rodolfo invase la Moravia, il figlio di Otakar, Venceslao, aveva solo sette anni e non poteva governare; la madre Cunegonda chiamò allora in aiuto Ottone V, margravio del Brandeburgo, cugino del piccolo re129, ma il soccorritore si trasformò in occupante: oltre a saccheggiare la Boemia, ne ottenne da Rodolfo il governo per cinque anni. Cunegonda ed i figli nel febbraio 1279 furono presi prigionieri da Ottone e trasportati nel castello di Bezděz, nel settentrione del paese.

A primavera Cunegonda riuscì a liberarsi e a rifugiarsi in quello che era ormai il cuore spirituale della Boemia: il monastero di Agnese a Praga. Da qui si recò nella Moravia meridionale, a Znojmo, per assistere ai funerali del marito Otakar, il cui corpo veniva trasferito là da Vienna. Poi si spostò nel suo ducato di Opava, dove iniziò ad organizzare la riconquista della Boemia, che portò il figlio a cingere, oltre a quella boema, anche la corona polacca. Ma Agnese non fece in tempo a vedere la riscossa del pronipote.

Nel 1279 la famiglia reale era lontana da Praga e non vi sarebbe tornata tanto presto. Agnese aveva sessantotto anni (all’incirca, vista l’incertezza della cronologia), un’età avanzata nel Medio Evo. Negli ultimi tre anni di vita dovette sopportare ancora una prova molto dura per lei, le sue sorelle e la gente della sua terra.

Oltre alle devastazioni della guerra, la Boemia risenti in maniera particolare gli effetti di un’annata atmosfericamente e climaticamente negativa. L’inverno, all’inizio del 1281, durò a lungo, le nevicate furono abbondanti, la neve troppa; seguirono alluvioni di grande portata, che resero scarsissimi i raccolti di grano. Allora non c’era modo di far fronte alla mancanza di raccolti annuali: la carestia — particolarmente grave — colpi l’Europa centrale e alla fine del 1281 raggiunse la Boemia, già tanto provata.

A Praga la popolazione moriva letteralmente di fame. Non poteva ricevere grandi aiuti da essa il monastero di Agnese, abituato alle donazioni ed alle offerte di tutta la famiglia reale. Ora Agnese, con le sorelle, viveva la povertà nel senso più ampio, più duro, più francescano: nella condivisione del dramma di chi non sa cosa potrà mangiare l’indomani, e nemmeno il giorno stesso.

La Legenda, che pure non è abbondante di indicazioni su fatti cronologicamente individuabili, ricorda con precisione queste circostanze:

Passati vari anni dalla morte dell’inclito signore, il re Pcemysl Otakar, che, amandola molto sinceramente non come una zia ma come una madre, la onorava e le faceva ricevere con larghezza tutte le cose necessarie, ... incorse in una penuria così grande che a stento poteva avere gli alimenti e gli abiti per coprirsi; tuttavia sopportava tutto ciò con la più grande pazienza.

Un venerdì, mentre sedeva a mensa, le sorelle, vedendo la sua grande debolezza, desideravano ristorarla con dei pesciolini, ma erano prese da grande tristezza perché non avevano possibilità di farlo. Vedendo ciò la vergine cara a Dio, protendendo le mani al cielo, sorrise assai dolcemente e benedicendo il Signore onnipotente per tanta penuria disse alle sorelle: “Lodate il Signore, figlie, per il fatto che conduciamo una vita povera e, se conserveremo la povertà come dobbiamo, il Signore non ci abbandonerà nel tempo difficile”130.

Il biografo continua la narrazione scrivendo che allora la monaca portinaia trovò nella ruota del monastero proprio alcuni piccoli pesci, già cucinati come piacevano ad Agnese. Li portò a lei, che rese grazie a Dio suo salvatore131, più per la sua misericordia che per il cibo in sé.

Subito dopo segue il racconto di un altro aiuto simile a questo, anch’esso dall’aspetto miracoloso. Avvenne “quando una grande fame opprimeva violentemente il regno di Boemia”, cioè durante la carestia del 1281. Per le monache, tutte prese dal servizio di Dio, non c’era a pranzo nemmeno un pane. Agnese si rifugiò nella preghiera scongiurando il Signore di dare qualcosa alle sue serve. Ancora una volta la portinaia trovò del cibo nella ruota, anzi la trovò piena di pani bianchissimi. Simbolico (non nel senso che non abbia valore di episodio reale, ma che serve a sottolineare, proprio attraverso la realtà del fatto, il suo valore superiore, allusivo, al di là del significato materiale) è l’insieme di questi due miracoli in cui Dio viene in aiuto ai suoi poveri una volta con i pesci, un’altra con i pani: i due cibi che due volte erano bastati a sfamare i tanti che seguivano Gesù per riceverne nutrimento spirituale132.

Mentre la carestia era al momento più disperante della sua gravità, poco prima dell’inizio della primavera, quando ancora i raccolti del nuovo anno erano lontani ed era presto per erbe, fiori e frutti, soprattutto nell’Europa centrale, all’inizio del marzo 1282, Agnese mori. Si ammalò il 1° marzo, nella seconda domenica di quaresima133; si accorse di essere vicina alla morte e lo rivelò segretamente a poche monache a lei più familiari. La “vergine cristianissima” ricevette il corpo eucaristico di Cristo e l’unzione degli infermi alla presenza dei frati e delle sue sorelle. Pur essendo allo stremo delle forze, pregava continuamente e doveva consolare con dolci parole le monache che piangevano sentendosi orfane per la sua mancanza.

Il biografo riporta quelle che all’incirca dovettero essere davvero le parole che lasciò in testamento alle consorelle e che in poche righe condensano gli ideali di una vita intera, richiamandone i modelli ispiratori: innanzitutto Cristo, poi il suo corpo, cioè la Chiesa, poi san Francesco e santa Chiara.

Carissime figliole mie, osservate con tutto il vostro sforzo l’amore verso Dio e verso il prossimo, abbiate a cuore l’umiltà e la povertà, che Cristo conservò ed insegnò ad imitare, restando sempre sottomesse ai piedi della Chiesa romana, sull’esempio del nostro santissimo padre Francesco e della vergine Chiara che ci dà nutrimento, i quali ci consegnarono questa regola di vita, sapendo per certo che, come il Signore misericordioso non abbandonò mai loro, così la sua dolce clemenza non abbandonerà in alcun modo nemmeno noi, se seguirete con cura i loro precetti ed i loro esempi.

Agnese continuò con queste esortazioni per tutta la sera della domenica e la successiva notte. Il giorno dopo, lunedí 2 marzo, fu presa da allegria e cominciò a mostrare un aspetto sorridente, quasi ridente, mentre il suo corpo diveniva candido, fino a mezzogiorno, l’ora sesta. Tre ore dopo, recitato l’ufficio di nona, i frati iniziarono a celebrare la messa; allora questa serva tanto gradita a Dio affidò la sua anima nelle mani del padre del cielo, verso l’ora nella quale il salvatore del genere umano, appeso sulla croce per la nostra redenzione, consegnò lo spirito.

Erano le tre del pomeriggio, l’ora nona. Con quest’ultimo parallelismo con Cristo, anche nell’ora della morte, il biografo vuole mostrare che Gesù stesso ha riconosciuto la cristiformità della sua serva, discepola fedele di san Francesco d’Assisi.

Il suo corpo rimase esposto alla venerazione per due settimane nel coro, senza essere rinchiuso nel sepolcro, ma continuava ad emanare un profumo meraviglioso, sicché tutti quelli che si avvicinavano erano riempiti di una insolita soavità. Chi toccava le sue mani non le sentiva rigide, ma morbide e sciolte come quelle di una persona viva. In tutti questi giorni i frati minori entrarono quotidianamente nel monastero per celebrarvi messe e veglie di preghiera in onore di Agnese. Il popolo accorreva in massa, cercando non solo di onorarla, ma anche di toccarla per ricevere guarigioni o aiuto. Alla fine l’afflusso di gente divenne eccessivo ed importuno, sicché il corpo di Agnese fu collocato in un’arca di legno.

Per la tumulazione del corpo le monache e i frati si rivolsero al vescovo di Praga, Tobia, e poi agli abati dei monasteri vicini, ma tutti si rifiutarono di intervenire, adducendo la scusa di vari impegni da cui erano impediti. Questo rifiuto avvenne “per segreto disegno di Dio”, scrive il biografo, e secondo una predizione di Agnese, che aveva affermato che il suo corpo sarebbe stato sepolto da un frate minore che non era mai stato prima in Boemia. La “predizione” di Agnese — o la sua capacità di comprendere la situazione, dato che ella affermò ciò poco prima di morire — si avverò: il suo corpo fu sepolto dal ministro generale dell’Ordine dei frati minori, Bonagrazia Tielci da San Giovanni in Persiceto, che arrivò a Praga nel quattordicesimo giorno dalla sua morte. Il giorno successivo, domenica, venne tumulato nella cappella della Vergine Maria della chiesa di San Salvatore, suo luogo preferito di preghiera e di meditazione, come lei stessa aveva chiesto.

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87 Legenda s. Clarae, I.

88 Vita cap. I.

89 Legenda s. Clarae, Proemialis epistola.

90 Pásztor, 1986, pp. 105-120; Eadem, 2000, pp. 21-63.

91 Sulla santità di Edvige cf. Vauchez, 1989, sub voce Hedvige.

92 Cf. Felskau, 2008, pp. 107-114.

93 Corrado di Marburgo non era persona tenera. Inviato in Germania nell’autunno del 1231da Gregorio IX come inquisitore contro gli eretici, fu considerato un giudice implacabile e molti, anche fedeli alla Chiesa, lamentarono la sua durezza che quasi impediva la difesa. Enrico di Svevia nella dieta di Magonza del luglio 1233, alla presenza di Corrado di Marburgo, mise in discussione la prassi antiereticale. Nel viaggio di ritorno Corrado di Marburgo fu assassinato. Nella dieta di Francoforte del febbraio 1234 fu deciso che i giudici del regno di Germania assicurassero una prassi legittima verso gli eretici, evitando persecuzioni sommarie.

94 Ed. Simonsfeld, 1898. Bd. I, p. 440.

95 Gregorio IX, Jesus filius Sirach (Perugia 7-6-1235), in Bullarium Franciscanum I, ed. Sbaralea, 1759, pp. 164-167, in particolare p. 165; dice Gregorio IX, rivolgendosi direttamente ad Elisabetta: “Hai inebriato con la bevanda di questo vaso (Elisabetta è detta “vas adrnirabile, vas electum, vas misericordiae”) anche Agnese, vergine serva di Cristo, figlia del re di Boemia, tua cugina (il papa scrive “sororem”, con linguaggio biblico), nella cui tenera età sperimentiamo nelle asperità i segni straordinari della vita del cielo, cosí che fuggendo come rettili velenosi le dignità della massima altezza imperiale (corsivo mio) che le erano offerte ed afferrando nuda il vessillo trionfale della croce, già procede incontro al suo sposo, unita al coro delle sacre vergini con le lampade accese” (cf. Mt 25, 1).

96 Atto del 6 febbraio 1233, in Codex diplomaticus et epistolaris regni Bohemiae, III, 1, ed. Friedrich, 1942, pp. 29-31, n. 31.

97 Friedrich, 1942, pp. 65-66, n. 62.

98 Bartolomeo da Pisa,I, 1906 e 1912; IV, pp. 357-358.

99 Le ipotesi sul perché Agnese non si rivolgesse ai frati di S. Giacomo sono varie, tra cui quella che fossero meno vicini alle scelte di povertà di Francesco e Chiara, cf. Felskau, 2008, pp. 171-182.

100 Gregorio IX, Sincerum animi tui (Spoleto, 30-8-1234), in BF I, pp. 134-135; Dalarun e Le Huëron, 2013, III, De Saint-Damien à l’Ordre de sainte Claire, pp. 911-913. Per il francescanesimo, anche femminile, nel Trentino cf. Gobbi, 1983, pp. 126-142.

101 Gregorio IX, Sincerum animi carissimae (Spoleto, 31-8-1234), in BF I, pp. 135-136.

102 Gregorio IX, Cum relicta (Perugia, 18-5-1235), in BF I, p. 156; Claire d’Assise. Écrits, vies et documents, III, 2013, pp. 915-916.

103 Il 14 aprile 1237 la trasformò in Ordine con la regola. di sant’Agostino (Gregorio IX, Omnipotens Deus, 14-4-1237, in BF I, pp. 216-217; anche in Codex diplomaticus et epistolaris regni Bohemiae, III, 1, 1942, n. 160, pp. 195-198; il 15 aprile 1238 accettò la rinuncia al possesso dell’ospedale di San Francesco da parte delle monache (Gregorio IX, Pia credulitate tenentes, Laterano, 15-4-1238, in BF I, pp. 236-237: è il “privilegio della povertà” per Agnese); il 27 dello stesso mese lo concesse al maestro dell’ospedale e ad i suoi fratelli (Gregorio IX, Carissima in Christo, Laterano, 27-4-1238, BF I, p. 240). Agnese restò legata a questi fratres e nel 1250 chiese ad Innocenzo IV di attribuire un segno distintivo al loro Ordine che ancora non aveva nome. Nel 1252 il vescovo di Praga Niccolò, al quale Innocenzo aveva delegato l’incarico, scelse per l’Ordine l’emblema della croce rossa con la stella rossa, da cui il nome di Crocigeri della Stella Rossa (ed. Šebánek e Dušková, 1962, p. 351, n. 191; pp. 422-423, n. 245) confermato da Alessandro IV nel 1256 (Vyskočil, 1932, p. 158). Nei due secoli successivi l’Ordine ebbe un grande sviluppo e svolse la sua attività in piú di sessanta ospedali e chiese, diffondendosi dalla Boemia in Slesia, Moravia, Ungheria, Polonia ed Austria (Van Rooijen, 1976, pp. 303-304).

104 Gregorio IX, Sincerum animi tui. La clausola regularitatis, di solito senza l’aggettivo pauperes, era usata in precedenza per le monache; d’altronde indica semplicemente delle “monache incluse” o “recluse”.

105 Gregorio IX, 1237a: “Dio onnipotente, che con l’alto consiglio della sua provvidenza dispone tutte le cose, accese il cuore e l’animo dell’amata figlia in Cristo Agnese, sorella del carissimo nostro figlio in Cristo, l’illustre re di Boemia, che offrì se stessa in odore di soavità nel monastero di San Francesco di Praga delle povere monache incluse (pauperum monialium inclusarum)”.

106 Gregorio IX, Cum saeculi vanitate (Viterbo, 4-4-1237): “Gregorio... alla badessa di San Francesco di Praga dell’Ordine di San Damiano”, in BF I, p. 213, e Cum sicut propositum (Viterbo 9-4-1237), p. 215.

107 Gregorio IX, 1238a; “inclusarum ancillarum Christi monasterii Sancti Francisci Ordinis Sancti Damiani”.

108 Gregorio IX, 1234; Dalarun e Le Huëron, 2013, III, p. 912: “Quia igitur devotae mentis et affectio amplectenda et circa sacrae religionis novella plantaria humanae sollicitudinis cura debet propensior honestatis, nos, eorumdem regis, episcopi et capituli precibus inclinati, praefatum monasterium et hospitale in ius et proprietatem ac tutelam Apostolicae Sedis suscipimus et praesentis scripti patrocinio communimus”.

109 Codex diplomaticus et epistolaris regni Bohemiae, III, 1, 1942, pp. 90-93, n. 85.

110 1254-1261, il cardinale Rinaldo che nel 1252 aveva dato la prima approvazione alla forma di vita di Chiara.

111 Inoltre anche Isabella di Francia (1225-1270), sorella di Luigi IX, ottenne di seguire una regola scritta per il suo monastero di Longchamp, da lei fondato presso Parigi nel 1259, Isabelle de France, 2014.

112 Urbano IV, Beata Clara (Civitavecchia, 18-10-1263), in BF II, ed. Sbaralea, 1761, pp. 509-521, cf. Bullarii Franciscani epitome, sive summa bullarum in eiusdem bullarii quattuor prioribus tomis relatarum, addito supplemento, ed. Eubel, 1908, pp. 276-284. In Claire d’Assise. Écrits, vies et documents, III, 2013, pp. 984-1018.

113 Tommaso da Celano, Vita prima, pp. 84-86 (AF X, 63s).

114 Francesco citava - secondo i biografi - la frase di Cristo in Lc 9, 58: “Vulpes foveas habent et volucres caeli nidos, Filius autem hominis non habet ubi caput reclinet” (per lo piú con l’aggiunta di “suum” a “caput”): Compilatio Assisisensis, 1992, 142, cap. 57; Tommaso da Celano, Vita secunda, 56 (Analecta Francescana, X, p. 165); San Bonaventura, Legenda maior, VII, 2 (1263a, p. 587).

115 Cf. Compilatio Assisiensis , 1992, pp. 214-218; cap. 77-78; Tommaso da Celano, Vita secunda 127 (Analecta Francescana, X, 205).

116 Alberigo, Joannou, Dosseti, Leonardi, Prodi e Jedin, 1962, p. 221

117 Bartolomeo da Pisa, De conformitate, in Analecta Francescana, IV, p. 358.

118 Testamento 11-12, ed. Paolazzi p. 396.

119 Codex diplomaticus et epistolaris regni Bohemiae, III, 2, ed. Friedrich e Kristen, 1962, pp. 330-335, n. 248; cf. anche pp. 336-341, n. 250 (ove però non nomina Agnese). In seguito al matrimonio tra suo figlio Enzo e Adelasia di Torres e Gallura, Federico II aveva assegnato ad Enzo il titolo di re di Sardegna, terra che il papa considerava soggetta alla propria sovranità; l’imperatore era stato scomunicato per la seconda volta da Gregorio IX (1239), che era preoccupato perché il re di Boemia aveva ricevuto ambasciatori dallo Svevo e da suo figlio.

120 Cosma di Praga, Chronicon Boemorum, pp. 304-308.

121 Friedrich, Šebánek e Dušková, 1962-1965, 1, pp. 154-155, n. 67; pp. 174-175, n. 85; III, 2, pp. 289-295, n. 219 (riferimento ad Agnese, pp. 293-294).

122 Friedrich, Šebánek e Dušková, 1962-1965, 1, p. 160, n. 71;

123 Cf. Codex diplomaticus et epistolaris regni Bohemiae, 1962, IV, 1, pp. 452-456, n. 266 (6 aprile 1253); V, 2, pp. 267-268, n. 643 (1271).

124 Notae monialium sanctae Clarae Wratislaviensium, ed. Arndt, 1866, pp. 533-536 (tra gli Annales Silesiae), del sec. XIV: p. 536 si ricorda l’arrivo dei Frati Minori nella città nel 1240, la venuta delle monache è collocata appunto al 1247, p. 534 la stessa fonte colloca invece l’arrivo delle monache al 1257, probabilmente per un errore di scritturaCosí affermano le Notae monialium sanctae Clarae Wratislaviensium, del sec. XIV, 1866, pp. 533-536 (tra gli Annales Silesiae); alla p. 536, ove si ricorda l’arrivo dei Frati Minori nella città nel 1240, la venuta delle monache è collocata appunto al 1247; alla p. 534 la stessa fonte colloca invece l’arrivo delle monache al 1257, probabilmente per un errore di scrittura.

125 Sulkowska-Kurasiowa, 1982, p. 116, nn. 606, 608.

126 Edita in Knoblich, 1865, XV, pp. 20-21.

127 Vita, cap. VII.

128 Johannis Neplachonis abbatis Opatonicensis, Chronicon, p. 477; la cronaca, composta negli anni 1360-1365, riporta la notizia all’anno 1277. Johannes Neplach, Chronicon, ed. J. Emler, in Fontes rerum Bohemicarum, III, Praga 1882, p. 477; Questa frase può leggersi come predizione, ma anche come segno di consapevolezza della situazione politica.

129 La madre di Ottone, Beatrice, era sorella di Otakar II.

130 Vita, cap. V.

131 Ancora una volta Agnese è avvicinata a Maria, ponendo in bocca a lei le parole del Magnificat (Lc 1,47): At illa..., agens gracias bonorum omnium largitori, in ipso salutari suo domino exsultavit”.

132 Cf. Mt 14, 13-36; 15, 29-39; Mc 6, 31-56; 8, 1-10; Lc 9, 10-17; Gv. 6, 1-21.

133 Così il confronto col calendario dell’anno. La Legenda (cap. IX, 91) dice: “Die vero dominica tercie quadragesimalis ebdomade adveniente” , ribadendo piú avanti (cap. XII, 94) che la sepoltura avvenne due settimane dopo, “in dominica de Passione” (che, se è quella precedente alla domenica delle Palme, è la quinta di quaresima). D’altra parte la Vita (cap. XI) riporta la morte al 2 marzo 1281.